Sabato, 20 Aprile 2019

 

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Primo firmatario On. Alessandro Pagano della Mozione concernente misure per contrastare la persecuzione dei cattolici in Cina.

 

 

La Camera dei Deputati,

considerato che: la possibilità di praticare qualsiasi confessione religiosa – e quindi anche quella cattolica - in Cina è ostacolata dalle Autorità,


nonostante la Costituzione cinese garantisca la libertà religiosa. In occasione delle recenti celebrazioni organizzate dalla Conferenza dei vescovi di Cina e dall'Associazione cattolica patriottica per il 50o anniversario dall'avvio della politica nazionale delle nomine dei vescovi “patriottici” (cioè nominati sotto il controllo del Governo centrale), i cattolici cinesi sono stati richiamati a proseguire nella politica di indipendenza da Roma, mentre al Vaticano è stato rivolto l’invito a non interferire negli affari interni cinesi, con particolare riguardo alla nomina dei vescovi, come condizione per il ristabilimento dei rapporti diplomatici tra Santa Sede e Pechino;

i cristiani in Cina sono divisi tra "ufficiali" appartenenti alle chiese sotto tutela del Partito comunista cinese (23 milioni secondo Pechino) e i fedeli alle "Chiese del silenzio" clandestine, stimati in 50 milioni; i cattolici ufficiali, stimati in 5,7 milioni, e i cattolici non ufficiali-clandestini, stimati in circa 9 milioni, sono in costante crescita: oltre 100.000 persone l'anno, nel corso degli ultimi sei anni, si sono convertite. Per i cattolici non è possibile individuare una separazione netta tra fedeli obbedienti alle direttive delle Autorità cinesi e clandestini, in quanto questa condizione è dettata dall’atteggiamento di volta in volta conciliatorio o repressivo delle Autorità;

prima del 2010 le ultime ordinazioni di vescovi senza consenso del Vaticano erano avvenute nel 2006; nel giugno 2007 Sua Santità Benedetto XVI ha inviato una lettera ai cristiani cinesi tesa alla riconciliazione ed al superamento della divisione tra comunità cattoliche ufficiali e clandestine; nello stesso scritto  tuttavia ha definito l’attività e la natura dell’Associazione cattolica patriottica “inconciliabile” con la fede cattolica; dal 2006 al 2010 si sono avuti segnali ambivalenti: fenomeni di repressione nei confronti di alcuni dei 40 vescovi scelti dal Vaticano, con l'accusa di servire la Chiesa non registrata, (cosiddetta sotterranea), ma anche i pellegrinaggi in comune, il riconoscimento dei vescovi non ufficiali da parte della Chiesa ufficiale, nonché la registrazione di sacerdoti e di luoghi di culto della Chiesa non ufficiale, senza che tale atto comportasse necessariamente il dover aderire alla Associazione patriottica. Ma soprattutto per 4 anni è stata adottata una prassi di gradimento congiunto in relazione nomine dei nuovi vescovi;

la politica di riavvicinamento ha subito una brusca fermata quando, il 20 novembre 2010 l’Associazione cattolica patriottica ha proceduto all’ordinazione di padre Giuseppe Guo Jincai a vescovo di Chengde  nella provincia di Hebei (quella con maggior concentrazione di cattolici), senza alcuna forma di consultazione col Vaticano; Pechino ha reagito alle critiche Vaticane affermando che tale nomina costituiva una genuina espressione della "libertà di religione" in Cina. Tale formula si è discostata da quella tradizionalmente usata dall’Autorità, che in passato aveva sempre rivendicato le nomine dei vescovi cinesi come espressione della sovranità nazionale;

l'8 e il 9 dicembre 2010, si è tenuta a Pechino l'ottava Assemblea nazionale dei delegati cattolici, che ha eletto i nuovi vertici della gerarchia cattolica ufficiale cinese, nominando i Presidenti e Vice Presidenti dell'Associazione cattolica patriottica e della Conferenza episcopale cinese. Le nomine fatte dall'Assemblea nazionale dei delegati cattolici hanno ulteriormente alimentato il disagio, con l'elezione di tre vescovi, solo uno dei quali considerato legittimo dal Vaticano, alle massime cariche della Conferenza episcopale; la Santa ede non riconosce il Collegio dei vescovi cattolici di Cina come Conferenza Episcopale in quanto non ne fanno parte i vescovi in comunione con il Papa;

altra questione dolorosamente di rilievo sono gli arresti e i sequestri di vescovi e sacerdoti non riconosciuti da parte delle Autorità cinesi: il 7 luglio 2010 è stato liberato, dopo 15 mesi di detenzione e 13 arresti in 6 anni, mons. Julius Jia Zhiguo, vescovo della diocesi di Zhengding nella provincia dell'Hebei; durante la detenzione il presule è stato sottoposto a sessioni politiche e pressioni  personali, in cui si è cercato di convincerlo a sottoscrivere l'appartenenza all'Associazione patriottica; secondo l’agenzia del Pontificio Istituto Missioni AsiaNews, l'ultimo arresto del presule “voleva colpire al cuore i tentativi del Vaticano nel voler riconciliare Chiesa ufficiale e sotterranea dell'Hebei”; restano nelle mani delle Autorità due vescovi sotterranei scomparsi da anni (mons. Giacomo Su Zhimin di Baoding; mons. Cosma Shi Enxiang di Yixian) e numerosi sacerdoti che scontano pene di isolamento o ai lavori forzati senza nemmeno essere stati condannati da un tribunale;

quanto ai sequestri, questi sono finalizzati essenzialmente a costringere i vescovi (nominati in accordo) a partecipare alle ordinazioni non approvate dal Vaticano o ad altri eventi di rilevanza pubblica; in occasione della citata assemblea dell’Associazione patriottica nel dicembre 2010, decine di vescovi sono stati deportati a forza a Pechino e obbligati a parteciparvi; uno di loro, mons. Giuseppe Li Lian Gui, titolare della diocesi di Cangzhou (Xian Xian), non si e' fatto rintracciare ed è stato ricercato dalla polizia in tutto il Paese come “pericoloso criminale”;

nell’aprile 2011 la Santa Sede, accogliendo le conclusioni della Commissione vaticana per la Chiesa in Cina, ha chiesto ai vescovi riconosciuti dal Papa, ai sacerdoti e ai fedeli di non porre gesti che contraddicano la comunione con Roma e di resistere alle pretese del regime; nei mesi tra aprile e giugno 2011 si sono acuite le persecuzioni contro i cattolici cinesi, rei di partecipare a riunioni non approvate, che sino allo scorso anno venivano tollerate; decine di sacerdoti sono stati arrestati nel Nord della Cina; altre decine a Shanghai;

il 26 giugno la polizia cinese ha arrestato un prete cattolico, Padre Sun Jigen, prima della sua ordinazione a vescovo decisa dal Vaticano; il 4 luglio la Santa Sede ha dichiarato la scomunica automatica di padre Paolo Lei Shiyn nominato vescovo di Leshan senza placet pontificio, membro della Conferenza consultiva politica del popolo cinese (un organismo consultivo del parlamento cinese) e vice-presidente dell'Associazione patriottica nazionale; una nomina dunque di grande valenza politica, la cui natura ha impedito di applicare le attenuanti del diritto canonico che riconoscono lo stato di costrizione;

l’11 luglio quattro vescovi del Guangdong, riconosciuti dalla Chiesa, sono stati portati via dalla polizia e sono risultati scomparsi per giorni; il 14 luglio sono stati costretti ad assistere ad una ordinazione episcopale illegittima;

che le persecuzione dei fedeli o gli arresti di sacerdoti e cariche ecclesiastiche siano episodi incresciosi di natura locale in contrasto con aperture a livello di Governo centrale, non è più sostenibile, se si considera la vastità del fenomeno; più veritiera appare l’ipotesi opposta, di un disegno centralizzato, la cui esecuzione è poi demandata alle Autorità locali; altrimenti non si spiega come i vescovi arrestati in provincia, siano poi portati a Pechino contro la loro volontà per assistere ad eventi di portata nazionale; in tale quadro la politica conciliante adottata dalle Autorità cinesi tra il 2006 ed il 2010 può apparire dettata da una logica di riemersione, individuazione, schedatura e controllo di soggetti considerati potenzialmente pericolosi per l’ordine costituito;

del tutto impropria, oltre che brutalmente arbitraria, è la richiesta avanzata dalle Autorità cinesi alla Santa Sede di interrompere le relazioni con Taiwan in cambio della partecipazione alla nomina dei vescovi, perché la Chiesa è per sua natura ecumenica (178 sono le Rappresentanze diplomatiche vaticane nel Mondo) ed ha una natura ed un’essenza del tutto diversa dagli Stati nazionali; Stati ai quali la Cina peraltro richiede di non riconoscere o di interrompere le relazioni con Taiwan, senza tuttavia imporre questa condizione come obbligo per proseguire nelle relazioni commerciali o politiche;

nettamente in contrasto con il riconoscimento costituzionale della libertà religiosa è la pretesa di nominare politicamente e senza concorso della Santa Sede, i rappresentati del governo pastorale;

la questione della libertà religiosa, per l'importanza che riveste come diritto fondamentale ed inalienabile, è uno dei temi su cui si concentra l'attenzione dell'Italia e dell'Unione europea nei confronti della Cina. Nel recente rapporto sullo stato dei diritti umani predisposto dalle Ambasciate dell'Unione europea si ribadisce che permangono in Cina difficoltà nell'esercizio della libertà religiosa nonostante essa sia garantita costituzionalmente;

anche in ambito Nazioni Unite, l'Italia è impegnata a seguire attentamente la questione delle libertà religiose in Cina. Essa è stata infatti oggetto precipuo della proposta di raccomandazione formulata dall'Italia in occasione della recente «Universal Periodic Review», dello scorso febbraio, di semplificare i requisiti per l'autorizzazione delle pratiche religiose al fine di permettere una maggiore libertà di credo e di culto e di rispettare i diritti religiosi delle minoranze;

pur nel rispetto che è dovuto alla millenaria propensione del popolo cinese di guardare con diffidenza a qualsiasi ingerenza politica e religiosa esterna, è opportuno sottolineare che la politica adottata dalle Autorità cinesi, con la creazione di milioni di potenzialmente perseguitabili, rischia di ottenere il risultato opposto a quello preventivato e cioè l’ordinato sviluppo della società; viceversa il cattolicesimo, qualora operi in armonia con le Autorità civili, costituisce un potente stabilizzatore sociale;

impegna il Governo ad inoltrare per via diplomatica le riserve del Governo italiano sulla situazione della Chiesa cattolica in Cina;

ad avviare le opportune consultazioni con la Santa Sede per l’adozione di azioni internazionali comuni per il pieno riconoscimento della libertà religiosa in Cina, nel rispetto del principio della separazione tra Stato e Chiesa e dei poteri dell’Autorità costituita;

ad attivarsi in sede Ue per l’adozione di una linea comune sulla persecuzione dei cattolici in Cina;

ad attivarsi in sede Onu per l’adozione di atti che impegnino la Cina, in quanto Stato membro, al rispetto delle disposizioni internazionali sulla libertà religiosa.

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