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Il settimanale Milano Finanza pubblica l'intervista rilasciata dall'On. Alessandro Pagano relativa alla crisi libica. 13 Settembre 2014

 

 

 

Tripoli, dossier italiano


Roma ha un credito di fiducia che può spendere a difesa della pace. Ecco perché Alessandro Pagano, deputato Ncd vicino ad Alfano, è convinto che tocchi al governo Renzi intervenire per salvare il paese dal caos

 

 “La storia dei rapporti tra Italia e Libia è antica e negli anni il partenariato ha assunto un’importanza superore a quello che si solito si è portati a credere. Un rapporto così forte che ha suscitato anche qualche irritazione e forse pure invidie. Nonostante adesso siano mutati sia gli scenari nazionali che internazionali, direi che sia un dovere continuare a tenere vivo questo partenariato strategico. Sono convinto, quindi, che per raggiungere questo obiettivo sia il governo che il parlamento debbano fare di tutto, ma proprio di tutto”.

D. E che cosa è stato trascurato? In fondo l’Eni è presente in Libia e presidia i propri impianti, i capitali del fondo sovrano libico in Italia, dopo il blocco seguito alla rivoluzione, sono stati messi a disposizione del nuovo governo, che è stato immediatamente riconosciuto. Che cosa altro dovremmo fare di più?

R. Vede, le potrei aggiungere che anche l’ambasciata italiana, unica tra quelle occidentali, è rimasta aperta a Tripoli, dando concretamente ai libici la dimostrazione di un’attenzione particolare e una vicinanza non formale. Ma si può e si deve fare di più. Dobbiamo essere pronti ad accompagnare i nuovo processi, le nuove dinamiche in corso nella società libica.

D. In  che senso?

R. Nel senso che non possiamo lasciare soli questo governo e questo parlamento, che sarà anche stato eletto in una fase confusa e concitata, ma è un parlamento democratico e pienamente legittimo. Anzi, dirò di più il Parlamento libico è il nostro interlocutore principale, più del governo stesso. Nel Parlamento, infatti, sono rappresentate tutte le etnie e tutte le culture della società libica. E allora dobbiamo fare in modo che si spezzi l’isolamento internazionale verso questo parlamento, e ovviamente anche verso il governo, che ora si è trasferito a Tobruk. E va fatta partire senza indugio la ricostruzione del Paese.

D. Ma come? Visto che a Bengasi, ma anche a Tripoli la situazione è tutt’altro che tranquilla.

R. Con un’operazione internazionale. Io penso al modello dell’operazione di pace avviata in Albania nel 1997. Un’iniziativa condotta bene e che ha dato lustro e credibilità al contingente italiano impegnato e alla nostra diplomazia. Era l’operazione Alba che fu fondamentale per far uscire l’Albania dal caos e che fu affidata in gran parte al personale italiano, per i nostri legami storici, per la vicinanza con la comunità e la fiducia che le varie parti in causa avevano nei nostri confronti. Condizioni che si ripresenterebbero molto simili anche in Libia. Come allora l’Italia è il Paese più indicato per il lavoro di pacificazione, dialogo e mediazione.

D. Lei pensa a un intervento dell’Onu, della Nato o dell’Unione Europea?

R. Si può discutere quale sia la soluzione migliore, se la base dell’operazione stessa debba essere più politica, militare o umanitaria. Sono decisioni che spettano alle diplomazie e agli organismi internazionali. La mia preferenza è più per una soluzione Onu, con l’invio di caschi blu che permetta  di realizzare una zono cuscinetto, di interposizione tra le fazioni, ma in ogni caso serve un ruolo di mediazione che probabilmente solo noi italiani siamo in grado di garantire.

D. Veramente con l’Italia c’è stato quel lungo contenzioso, concluso con l’ultimo accordo stipulato con Gheddafi per le compensazioni di guerra. E’ proprio sicuro che saremmo i mediatori migliori.

R. Le garantisco che nei nostri confronti non c’è affatto animosità, al contrario. Anzi la nostra disponibilità a finanziare le infrastrutture libiche, in considerazione di quegli antichi oneri, va a vantaggio della credibilità del Paese. Semmai può creare problemi rinviare troppo un intervento italiano che, in ragione dei legami già detti, è auspicato ed atteso. I problemi non li vedo in Libia, ma altrove?

D. Che intende dire?

R. Che quando c’è in ballo il petrolio o altre fonti energetiche gli interessi nazionali fanno premio sulle valutazioni internazionali. Ci sono paesi che potrebbero non gradire che noi, che siamo già così presenti in Libia con l’Eni, possiamo avere un ruolo preminente in un’operazione del genere. Ed  è una resistenza, magari non dichiarata, che va superata con una netta azione diplomatica. I fronti, insomma, sono due, riannodare attraverso una capacity building il rapporto con la Libia, fare capire loro che l’Italia c’è, oggi come c’era ieri, e convincere i nostri partner occidentali che i giochetti ad ostacolare gli interessi di uno per favorire qualcun altro, hanno una visione molto corta. Non è in ballo qualche posso di petrolio, ma se si riesce ad arginare o no una pericolosissima ondata estremista che sta destabilizzando nazione dopo nazione. Non sono in gioco i fatturati di qualche compagnia, ma la possibilità che un nuovo califfato fondamentalista e assassino controlli quasi tutto il Medioriente. L’Islamic State si sta prendendo l’Iraq, ha già mezza Siria, sfonda in Giordania,  ha propaggini e influenza in Africa tra Abissinia, Etiopia, Somalia, Sudan e Nigeria. Dovesse passare pure in Libia sarebbe un disastro.

D. L’Italia ha difficoltà a continuare a finanziare le missioni internazionali in corso, lei pensa che sarebbe sostenibile un impegno del genere?

R. Visto che l’ha messa sul piano dei costi non le rispondo parlando di valori , di responsabilità, di solidarietà. Restiamo ai costi: pensa che una Libia destabilizzata, divisa e con regioni più o meno ampie in mano ai terroristi non ci sosterebbe nulla? E non parlo solo di soldi.

 Di Antonio Satta, 13 Settembre 2014

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