Martedì, 15 Settembre 2026


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IL COLTELLO PERSIANO

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa ha spinto l’Iran, per la prima volta in assoluto, ad interrompere la sua politica di risposta calibrata agli attacchi israelo-statunitensi, per colpire in prima battuta le basi USA in Giordania? E, meno di 48 ore dopo, di attaccare una nave gasiera statunitense nel porto di Damietta, in Egitto?


L’ipotesi che si tratti di una risposta agli attacchi saudito-statunitensi contro alcune basi delle Popular Mobilization Forces irachene, che hanno provocato una 15ina di morti, tra cui 5 membri dell’IRGC, benché non si possa escludere appare comunque poco plausibile. Intanto, perché sarebbe solo la seconda volta che Teheran risponde direttamente ad un attacco subito dei suoi alleati dell’Asse della Resistenza (la prima, contro Israele, dopo un attacco contro Hezbollah), ma soprattutto perché l’Iran fa le sue mosse sempre secondo una logica strategica, mai per mera reattività. E quindi, qual’è la ragione di questa escalation controllata?

La risposta più probabile è che Teheran ritiene, non a torto, che Washington sia in un momento di particolare difficoltà, e che quindi non bisogna offrirgli l’opportunità di continuare il gioco dello stop-and-go, con gli attacchi militari che si alternano alle pause falsamente negoziali, mentre la narrazione di Trump oscilla tra minacce apocalittiche e fantasiose storie di iraniani che implorano di fermare gli attacchi aerei.

L’attacco dell’altro giorno contro la base di Muwaffaq Salti, fa innanzitutto piazza pulita delle fole raccontate dal presidente USA. Gli iraniani non stanno affatto cercando di tornare al negoziato, anzi espandono l’area del proprio intervento (Damietta).

Ma soprattutto costringono gli Stati Uniti a tornare rapidamente alla fase degli scontri cinetici, senza alcuna sosta tattica. E ciò perché, appunto, benché ovviamente questo comporta anche un costo per l’Iran, è assai maggiore lo svantaggio strategico che ne deriva per gli USA.

Ricapitoliamo. Mercoledì l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, ha raccomandato la cessazione degli attacchi, sostenendo che hanno ormai “raggiunto la loro massima efficacia". Lunedì, il prezzo del petrolio Brent - che venerdì scorso, in piena fase cinetica, aveva raggiunto i 101 $ - è sceso a 90,00 dollari al barile. Il Center for Strategic and International Studies conferma che gli USA hanno impiegato così tante munizioni durante la guerra che le scorte di missili intercettori Patriot sono ora inferiori a 1.000 unità, mentre quelle dei missili THAAD si attestano intorno alle 250, e per riportarle ai livelli prebellici saranno necessari più di 3 anni. Così, i comandanti intercettano solo le minacce che rappresentano un rischio per le truppe statunitensi; tutto il resto, viene semplicemente ignorato. Oggi, la NBC informa che il presidente Trump ha perso la calma durante una riunione, urlando e inveendo per la frustrazione causata dalle opzioni militari presentategli, e dalla mancanza di progressi verso un accordo con l'Iran.

In pratica, lo stop agli attacchi consente agli Stati Uniti di fermare, almeno temporaneamente, il vertiginoso consumo di munizionamento, di far riabbassare il prezzo del petrolio, e di guadagnare tempo per cercare di trovare una soluzione. Trascinare nuovamente Washington in una spirale controllata di attacchi reciproci significa far risalire il prezzo del petrolio, imporre un inutile consumo di munizioni, e non dar tempo al Pentagono di studiare nuove alternative.

Ancora una volta, insomma, si conferma la superiore capacità strategica iraniana, ed il suo sapiente uso dell’escalation per incatenare gli USA ad una modalità di scontro che ne logora velocemente le chance per una exit strategy indolore.

Teheran ha il coltello dalla parte del manico, e non esita ad agitarlo nella ferita statunitense.

di Enrico Tomaselli

(Termometro Geopolitico)

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