Giovedì, 17 Ottobre 2019

 

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Venere di Morgantina: storia di un recupero

Il giorno 25 settembre 2007, a Roma, viene firmato l’accordo tra Italia e The J. Paul Getty Trust circa la restituzione della statua classica raffigurante divinità femminile, la cd. Venere di Morgantina. Sono trascorsi 20 anni dai primi "conflitti" tra Sicilia e Getty. Pochi però sanno che in realtà sono trascorsi solo 2 anni dall’inizio della nuova stagione di rapporti diplomatici che hanno portato allo straordinario successo dell’accordo.

Si è infatti parlato di molti aspetti della Venere (analisi chimiche e storico-artistiche, processi e prove), ma non è mai stata esposto l’aspetto che ha concretamente determinato il felice esito, alla velocità di appena 2 anni: il ruolo della Regione Siciliana dal sett. 2005 al sett. 2007.

Sono orgogliosa di poterlo dire perché ho personalmente condotto le trattative tra Getty e Regione Siciliana come consulente dell’Assessorato Regionale ai BBCC e accetto volentieri l’invito oggi rivoltomi dal Presidente Cataldo, che conosce bene i fatti, essendo stato sempre informato e consultato.

E’ chiaro che, per il fronte diplomatico, l’inchiesta è stata fondamentale: il processo infatti, oltre alla qualità della perizia con la quale sono state condotte le indagini, si è contraddistinto per la forte carica mediatica a livello internazionale. Se non ci fosse stata l’inchiesta noi non avremmo potuto pressare poi a livello diplomatico. Il livello mediatico, come vedremo, è stato un importante fattore a disposizione, sul piano della mia missione per il recupero della Venere.

Ad ogni modo, il processo accerterà le responsabilità individuali del crimine. Ma la statua, arriverà a Morgantina prima di qualsiasi sentenza e sulla base di rapporti culturali che aprono nuovi interessanti scenari e nuove collaborazioni scientifiche di estremo interesse per atenei e istituti culturali siciliani. Le basi culturali infatti che muovono lo spirito dell’accordo aprono una stagione per cui l’archeologia potrà esprimere il meglio di se stessa, anche nelle relazioni civili tra gli Stati.

Ecco i fatti.

Tutto nacque da una conversazione tra me e l’on Pagano, allora Assessore Regionale ai BBCC. Era l’agosto del 2005. L’Assessore sapeva dei miei rapporti professionali al Getty, dove avevo trascorso alcuni anni di ricerca ma soprattutto sapeva delle relazioni personali ed amichevoli con la dirigenza Getty. Mi chiese quali possibilità ci fossero per un recupero della statua. Avevamo già analizzato il fatto che il processo romano fosse rivolto verso la persona (Marion True) ma che la proprietà della Venere restava al Getty (che non era sotto processo, in quanto istituzione). Sapevamo che era necessario sciogliere questo nodo fondamentale. Ricordo che gli dissi: "…continuiamo la guerra con una fondazione che gestisce in cultura quanto il nostro Pil nazionale oppure troviamo un accordo?".

Lui fu molto deciso: "Vai a Los Angeles".

E mi propose di riferire al Getty la sua soluzione: rientro della Venere e ritiro di parte civile nel processo romano, più apertura della Sicilia verso progetti di collaborazione culturale. Quello che poi è stato appena firmato, nella sostanza. Partii in missione nel sett. 2005. Nel frattempo, l’assessore Pagano stava predisponendo a Palermo un team di eccellenza di giuristi siciliani, sul piano del diritto internazionale e processuale, pronti a valutare le possibili prospettive.

Devo spender una parola di stima per la professionalità con la quale l’intera squadra dell’assessorato gestì allora la procedura della missione, con un coinvolgimento totale dell’intero Gabinetto che avviò in tempi record ogni aspetto burocratico del delicato compito.

Al Getty non avevo specificato il motivo del mio incontro, mi bastò una semplice email. Ma avevano immaginato il perché: sapevano già che lavoravo per la Regione e oltretutto non avevo detto che tornavo in California per finire un libro che avevo firmato con loro. Arrivai in America e rappresentavo il primo vero incontro tra Regione e Getty in oltre 20 anni di ostilità. La loro accettazione fu immediata.

Ma quello che capitò di lì a poco ebbe dell’incredibile. Mi trovai al centro di una vera e propria rivoluzione al Getty. Avevo vissuto alcuni anni in quel museo e lo ricordavo come una struttura granitica in cui tutto era fissato secondo un ordine quasi militare. Ogni cosa funzionava, tutto in perfetto ordine e apparente composta armonia: sai a chi devi parlare, sai chi è la persona che hai davanti, ognuno col proprio ruolo, interconnesso con il successivo. Tutto cambiò in un istante sotto i miei occhi. Cosa era successo?

Negli stessi giorni in cui stavo per iniziare le riunioni con il Trust e i suoi legali, e con l’assessorato in collegamento continuo da Palermo, Marion True, l’imputato numero uno al processo romano, viene invitata alle dimissioni. Lei rimaneva in un certo senso il mio trait d’union con la dirigenza Getty, era il curatore del dipartimento di antichità che deteneva la Venere, e mi fu vietato in quei giorni di comunicare con lei. Per me fu un po’ uno choc anche culturale. Marion True era stata per anni il mio direttore personale, l’avevo sempre vista come una delle donne più affascinanti e potenti che avessi mai incontrato: un mix di nobiltà e spregiudicatezza, con la classe della bostoniana e la fantasia un po’ mediterranea proveniente da molti anni di studio in Grecia e in Italia. Una donna capace di parlare freddamente di milioni di dollari e allo stesso tempo dei suoi creative lavori a maglia. Una di quelle persone che in America, nascono nel posto giusto e sono addestrate alla nascita a diventare il top. Dal punto di vista umano, una persona adorabile.

Il venerdì pomeriggio ho assistito alla sua ultima riunione da direttore col suo staff. Tutti, compreso lei, sapevano che sarebbe stata l’ultima riunione, ma nessuno ne parlava. Discutevano di progetti e mostre, come se si dovessero vedere il lunedì successivo. La sera stessa lei era fuori in maniera definitiva. Il sabato sera andai in privato a visitarla un’ultima volta. Stava già preparando di vendere casa e lasciare Los Angeles. Il crollo di un gigante, come in un famoso film con Harrison Ford: in America perdi il lavoro e vendi subito casa. Credo sia importante raccontare queste cose, per offrire almeno un panorama ambientale del contesto in cui tutto è avvenuto, vista l’eccezionalità dell’evento di cui si parla.

La Venere è infatti diventata "altro", nei suoi più recenti decenni di vita: non è più solo statua di culto, o un momento dell’arte greca, o un documento di Morgantina. La Venere è il racconto dei tempi moderni, di una società contemporanea complessa e contraddittoria. I giornalisti americani sono sempre molto attenti alle componenti ambientali e sociali di un evento, perché è da quelle che è possibile capire le dinamiche di una storia. Io avevo solo 5 giorni a disposizione. Dovevo fare in fretta a capire cosa stava succedendo.

Negli stessi giorni – ecco qui il ruolo del giornalismo americano- esce sul Los Angeles Times il più potente articolo contro il Getty: viene pubblicata l’intera corrispondenza intercorsa tra la True e i trafficanti d’arte, incluse annotazioni, ricevute di pagamenti, segnalazioni, commenti riservati su quanto scottante potesse essere l’acquisto o meno della statua, quindi una corrispondenza che risaliva agli anni immediatamente precedenti a quando la statua fece il suo ingresso al Getty e comprovanti la cattiva fede del Getty. Nella sola edizione domenicale, 3,5 milioni di lettori del LATimes conobbero tutto; l’articolo poi fece il giro del mondo e valse ai due giornalisti investigativi, Jason Felch e Ralph Frammolino, la nomina al premio Pulitzer dell’anno.

Io trovai il giornale davanti alla camera dell’albergo esattamente la domenica prima dei miei incontri. Mi resi conto immediatamente che per gli americani non era tanto il processo romano a scandalizzare, ma la vergogna che veniva svelata in America. Su questo elemento basai la mia azione successiva.

Il giorno dopo, alla prima riunione con il Getty, ognuno aveva una copia con sé, più o meno conservata e nascosta nella borsa o dentro la scrivania. Capii che in qualche modo la cosa si poteva risolvere a nostro vantaggio. Ebbi la precisa sensazione che la persona più pulita e onorevole di tutto quel contesto fosse la Regione Siciliana, che ero io, e quindi l’ospite d’onore che in quel momento il Getty voleva assolutamente ascoltare con attenzione.

Ora racconto un episodio curioso. La mattina del mio primo incontro con gli avvocati del Trust, davanti all’albergo di Santa Monica, il valletto messicano che mi stava consegnando la macchina, mi disse: "Oh, lei è italiana?" - "Si". - "Lo sa che qui abbiamo un museo che ha rubato tutto all’Italia?" - "Oh, really?" risposi sorriso stupefatto. Fu come un’illuminazione. Presi la macchina e andai all’appuntamento al Getty. Appena ci fummo collegati in videoconferenza con la loro sede legale internazionale di New York, esordii: "Sapete cosa mi ha detto oggi il mio valletto messicano". E riportai la frase. Poi aggiunsi: "Voi rischiate di esser più famosi per il traffico clandestino che per i bellissimi progetti scientifici che portate avanti in tutto il mondo. La gente farà la fila per vedere nel vostro museo non una collezione d’arte, ma un saccheggio". Quel giorno fissammo una agenda di incontri, da svolgersi al più presto tra Getty e Sicilia.

Vennero così, a Palermo, a distanza di appena un mese, due avvocati dalla sede legale internazionale di New York. L’Assessore Pagano aveva attivato un tavolo di lavoro di eccellenza con i migliori giuristi in diritto internazionale delle università siciliane. Si iniziò uno studio molto composito, in un clima di estrema partecipazione, tra americani e assessorato regionale.

Nel dicembre 2005, dopo appena 2 mesi, l’on. Pagano si trovava al Metropolitan per l’inaugurazione della mostra di Antonello da Messina. Messo già al corrente, grazie ad una fitta rete di relazioni che continuavo a tenere dalla Sicilia, il Presidente del Getty Trust, Barry Munitz, sale sul jet privato e vola da Los Angeles a New York, per un meeting che va menzionato come il primo ufficiale incontro tra un rappresentante del governo siciliano e il Getty Trust. La cordialità e il riscontro di mutui interessi sul rientro della Venere che avevo appurato nella mia precedente visita trovano ora ulteriore e precisa conferma. Poco dopo, l’On. Pagano, insieme all’allora Ministro per i Beni Culturali Buttiglione, firma l’accordo con il Metropolitan, che si trasforma, nell’opinione del Getty, come una ulteriore pressione e un onorevole modello di agreement per risolvere la questione Venere.

Le cose vivono però all’improvviso un pericoloso momento di arresto. Quasi un naufragio dell’intera trattativa: una seconda rivoluzione investe il Getty. Viene licenziato Barry Munitz. Motivo: una Porsche Cayenne comprata coi soldi della Fondazione, più altre disinvolte operazioni. Posso dire con onestà intellettuale che se non ci fosse stato questo "incidente", noi oggi saremmo qui a discutere intorno alla statua. Ma nello stesso tempo posso anche dire che, nonostante i continui rivolgimenti, siamo arrivati al risultato che volevamo.

In tutti questi repentini cambiamenti siciliani, infatti, l’unica cosa che rimane costante è il ruolo fermo della Regione Siciliana. All’indomani delle elezioni siciliane, presento al nuovo Assessore, on. Lino Leanza, la memoria storica di quanto avvenuto con il precedente assessorato e lui mi incarica di riprendere il discorso col Getty da dove avevo lasciato. Ma dove avevo lasciato era un punto in cui tutti i personaggi erano cambiati!

Il mio successivo passo fu quindi quello di rifondare immediati rapporti con il nuovo direttore del Getty e con la nuova presidenza. Il mio ruolo, ancora attivo, di autore scientifico del Getty fu un ottimo bigliettino da visita anche per i nuovi dirigenti. Molti di loro li avevo già conosciuti. Oltretutto, potevamo ancora godere dell’onda emotiva provocata dal LATimes.

Inizia così una seconda fase di relazioni diplomatiche, e cioè quelle tra me e Michael Brand, nuovo direttore del Getty Museum, con il quale mi sono trovata d’accordo dal primo momento: un intellettuale e storico dell’arte dalla sensibilità molto spiccata a voler cambiare la storia del museo e a creare una nuova storia di relazioni mature con la Sicilia. Per mesi abbiamo lavorato intensamente per un dialogo continuo e fruttuoso nel reciproco interesse.

Ora qui devo specificare un passaggio. La bellissima ed intensa manifestazione popolare di Morgantina è servita a noi siciliani, ed è stata fondamentale per la nascita di un orgoglio siciliano e di un sentimento collettivo mai visto nella nostra terra per un bene che appartiene a tutti. Ma l’opinione pubblica americana non si è mossa per questo. Non è stato neanche il peso delle attribuzioni o delle analisi petrografiche. Quelle stesse analisi il Getty le conosceva già da oltre 10 anni: erano state rese pubbliche, e non era successo nulla. Così come il famoso workshop, svoltosi a Los Angeles nel maggio 2007, in cui si è discusso di attribuzioni e di cui tutti hanno parlato.

Del resto, altri e importantissimi studiosi si erano già espressi sulla Venere. Secondo un rapporto del Getty, la statua fu vista a Londra, addirittura prima dell’acquisto (cioè prima del 1988), da archeologi del calibro di John Boardman, Martin Robertson e Nicholas Yalouris (Athens) e poco dopo in California (siamo fine anni ’80) anche da Erica Simon e Helmut Kyrieleis. Quindi analisi chimiche e artistiche erano già ampiamente conosciute e discusse.

Tecnicamente, la decisione del rientro siciliano della Venere era stata presa almeno 6 mesi prima del workshop: precisamente nel dicembre 2006, quando incontrai Michael Brand in Vaticano, in occasione di un convegno e visita privata dal Papa. E’ lì che, in una memorabile conversazione sotto la Cappella Sistina, siamo arrivati insieme alla prima consapevolezza reciproca che la Venere sarebbe tornata.

A quel punto, il Getty, ormai avviato sulla fase della conclusione, deve trovare una via d’uscita nobile ed ufficiale: dimostrare a tutti che, una volta accertata la provenienza, la statua poteva tornare al suo luogo d’origine. Ecco quindi l’idea del workshop, che è stato strumentale ma non sostanziale (come dicevo, la decisione era stata già presa). All’organizzazione del workshop ho lavorato personalmente insieme a Michael Brand per lunghi giorni, assicurandomi con tutte le mie forze che vi fosse presente una delegazione siciliana, perché mai in nessun momento ufficiale noi risultassimo fuori.

Non è stata una passeggiata. Ci sono stati momenti in cui ho temuto che tutto potesse precipitare. Per una mail non spedita, una lettera ufficiale non firmata in tempo, un invito dimenticato nella burocrazia siciliana, una incomprensione nel linguaggio (e non parlo di grammatica ma di traduzione culturale). Non è stato facile tenere in piedi tutto ciò, specie quando ogni tanto uscivano fuori false anticipazioni dalla stampa siciliana che allarmavano gli americani, molto rigorosi nell’osservare il protocollo. Spiegare per esempio cosa è l’autonomia regionale in materia di beni culturali, cose incomprensibili in America, dove non esiste neanche Bene Culturale gestito dallo Stato. Questo e tanto altro ancora.

La stima personale sui due fronti mi ha permesso di superare le fragilità fisiologiche di un dialogo tra due culture diverse, insieme alla fortuna di conoscerle molto profondamente entrambe, e nello specifico la struttura del Getty con tutti i suoi dipartimenti e programmi. Soprattutto il valore aggiunto di avere partners di altissimo livello intellettuale, come Michael Brand, con il quale ho lavorato in stretto contatto, confrontandoci di continuo in maniera franca e sincera. Queste componenti hanno determinato una accelerazione ad un procedimento che sembrava bloccato da 20 anni.

L’apporto siciliano fin qui descritto, tra sett. 2005 a sett. 2007, ha creato i presupposti affinché il livello dell’accordo potesse poi passare dal livello regionale a quello nazionale dando la possibilità all’attuale ministro ai Beni Culturali di concludere positivamente e formalmente il rientro della Venere.

Dr Flavia Zisa
Consulente missione Getty-"Venere di Morgantina
Ass.to Regionale ai BBC

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Flavia Zisa è archeologo classico specializzato (Università di Firenze). Ha condotto ricerche scientifiche per circa 10 anni presso la Soprintendenza Archeologica per la Toscana (Firenze). Ha scavato in Etruria, Roma centro, Siracusa e Morgantina.

Nel 1995 vince una posizione di Intern presso il J. Paul Getty Museum di Malubu (Antiquities Dpt.), poi rinnovato nel 1997 come "consulente/autore" e pubblica un volume sulle anfore panatenaiche della collezione Getty. E’ attualmente autore del museo californiano per due volumi del Corpus Vasorum Antiquorum sulla collezione di vasi ateniesi a figure nere.

Dal 2005 è consulente dell’Assessorato Regionale ai Beni Culturali della Regione Siciliana e insegna Museologia presso il Corso di Laurea in Scienze dei Beni Culturali di Siracusa e la Facoltà di Archeologia dell’Unikore di Enna.

E’ autore della "Prima Carta Archeologica di Ortigia", edita dal Comune di Siracusa nell’ambito del Piano Particolareggiato di Ortigia (Ufficio Centro Storico) e ha appena pubblicato il volume "Ceramica ateniese dal Museo Archeologico Regionale "P.Orsi" di Siracusa" edito da Allemandi, Torino, per conto dell’Assessorato Regionale ai Beni Culturali.

E’ attualmente consulente della "Commissione V -Cultura e Lavoro" dell’Assemblea Regionale Siciliana

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