Sabato, 16 Febbraio 2019

 

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TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO CHE IL CARDINALE CAMILLO RUINI HA TENUTO ALLA "DUEGIORNI" DI RETE ITALIA, DAL TITOLO "VIVA LA POLITICA".

 

 

 

Bisogna rinvigorire un'autentica sapienza politica, andando oltre ogni riduzionismo ideologico o pretesa utopica, senza mai dimenticare che il contributo dei cristiani è decisivo solo se l'intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà.

Riva del Garda l'1-3 aprile 2011

1. Il discorso di Benedetto XVI al Pontificio Consiglio per i Laici del 21 maggio 2010, dal quale è ricavato il tema di questa “Duegiorni”, è molto importante per comprendere correttamente il significato e le condizioni dell’appello a una nuova generazione di cattolici impegnati in politica, fatto ripetutamente dallo stesso Benedetto XVI e dalla CEI. Prenderemo in esame i contenuti di questo discorso e cercheremo di approfondire alcune problematiche che vi sono implicite.

Il contesto del discorso è da una parte la missione della Chiesa, dall’altra la politica, mentre il suo oggetto proprio è il compito dei cattolici laici che agiscono in ambito politico sotto propria responsabilità, come cittadini guidati dalla loro coscienza cristiana (cfr "Gaudium et spes", 76). A questo riguardo il discorso contiene l’espressione forse più organica del pensiero di Benedetto XVI.

Una prima precisazione importante è che “non rientra nella missione della Chiesa la formazione tecnica dei politici”. Abbiamo qui un’affermazione chiarificatrice, anche rispetto alle scuole di formazione politica che hanno avuto notevole sviluppo, soprattutto qualche anno fa, ma minori risultati pratici. Questi minori risultati si spiegano anche alla luce di un’altra, fondamentale, indicazione contenuta nel discorso, che approfondiremo in seguito: “la politica è anche una complessa arte di equilibrio tra ideali e interessi”. Un’arte però si apprende, più che nelle aule scolastiche, praticandola sotto la guida di chi la esercita e dimostra di saperlo fare con abilità e competenza: un esempio sono, nel passato, le “botteghe” degli artisti.

Dopo aver negato che rientri nella missione della Chiesa la formazione tecnica dei politici, Benedetto XVI fa seguire due precisazioni essenziali. Anzitutto è missione della Chiesa, come afferma un celebre testo della "Gaudium et spes" (n. 76), “dare il suo giudizio morale anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime”. E subito dopo: “la Chiesa si concentra particolarmente nell’educare i discepoli di Cristo, affinché siano sempre più testimoni della sua presenza, ovunque”. Quindi, in concreto, “nella vita personale e familiare, nella vita sociale, culturale e politica”. Sarebbe un non senso, del resto, voler escludere la politica dall’ambito della testimonianza cristiana, dato che proprio la politica ha inevitabilmente una funzione di sintesi, per governare e orientare la vita sociale nel suo complesso.

Chiediamoci ora come e secondo quali criteri si realizzi la testimonianza che spetta ai laici, e reciprocamente come si articoli la missione educativa della Chiesa. A questo proposito troviamo nel discorso del Papa un’affermazione chiara: “la fede permette di leggere in modo nuovo e profondo la realtà e di trasformarla”; pertanto “il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà, chiave di giudizio e di trasformazione”. Questa affermazione non vale soltanto a proposito della politica, ma per tutta l’esistenza e la missione dei cristiani. Si tratta di un’affermazione non scontata e nemmeno per tutti pacifica. Possiamo dire piuttosto che essa esprime sinteticamente la grande sfida del Pontificato di Giovanni Paolo II, continuata ora da Benedetto XVI che ne era stato la mente teologica. Significativo al riguardo è il discorso di Giovanni Paolo II al MEIC del 16 gennaio 1982: “una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”. Poi, nel discorso al Convegno di Loreto dell’11 aprile 1985, Giovanni Paolo II, di fronte ai processi di secolarizzazione e anche di scristianizzazione, indicava alla Chiesa il compito di “iscrivere la verità cristiana sull’uomo nella realtà di questa nazione italiana”, affinché “la fede cristiana abbia, o ricuperi, un ruolo guida e un’efficacia trainante nel cammino verso il futuro”.

Alla base di questa grande prospettiva pastorale, culturale e anche politica sta il significato di Gesù Cristo per l’uomo e per la sua vita: in altri termini il rapporto tra cristianesimo e umanesimo. La fede in Gesù Cristo non è una semplice legittimazione dell’umanesimo, ma quella sua precisa interpretazione che porta l’umanesimo stesso alla sua piena verità e al suo compimento. In Cristo infatti, nella sua vita e nella sua parola, nella sua croce e risurrezione, ci è data una precisa immagine dell’uomo, un’antropologia plastica e dinamica capace di incarnarsi nelle più diverse situazioni e contesti storici, mantenendo però la sua specifica fisionomia, i suoi lineamenti essenziali e contenuti di fondo. Nel discorso di Benedetto XVI che stiamo esaminando, tutto ciò è riassunto nella formula pregnante: “I cristiani non cercano l’egemonia politica o culturale, ma, ovunque si impegnano, sono mossi dalla certezza che Cristo è la pietra angolare di ogni costruzione umana”. Possiamo trovare qui anche il significato autentico del “Progetto culturale” della CEI.

2. L’Enciclica "Deus caritas est" (nn. 28-29) concretizza tutto ciò rispetto alla politica. Anzitutto in rapporto alla natura della politica stessa: “Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica” e pertanto “La giustizia è lo scopo e anche la misura intrinseca di ogni politica”. Perciò la politica “è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici ordinamenti”, ha natura etica come la giustizia stessa. Di qui la necessità di una continua e sempre nuova purificazione della ragione pratica e politica, per liberarla dall’accecamento morale derivante dal prevalere dell’interesse e del potere, pericolo mai del tutto eliminabile. Proprio qui fede e politica “si toccano”: la fede infatti apre alla ragione nuovi orizzonti che la superano, ma al contempo purifica la ragione stessa, consentendole di vedere meglio ciò che rientra nel suo proprio ambito.

Questo è esattamente il compito della dottrina sociale della Chiesa: essa “vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione” e perciò “argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale”, da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano. Non è compito della Chiesa far valere questa sua dottrina sul piano propriamente politico: alla struttura essenziale del cristianesimo appartiene infatti la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (Mt  22,21). Dato però che un giusto ordinamento sociale e statale costituisce un compito umano primario, la Chiesa deve offrirvi il suo contributo specifico, attraverso l’argomentazione razionale proposta nella dottrina sociale e risvegliando, mediante la sua testimonianza e opera formativa, le forze morali e spirituali senza le quali la giustizia non può affermarsi.

Il compito immediato di operare politicamente per un giusto ordine della società è proprio invece dei cristiani laici, chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica come cittadini dello Stato, cooperando con gli altri cittadini. Così la Deus caritas est ci offre una sintesi di grande chiarezza e profondità su Chiesa e politica.


3. A questo punto vorrei tentare di approfondire, alla luce delle parole del Papa, una questione oggi abbastanza scottante per l’azione politica dei cattolici. Essa riguarda la natura della dottrina sociale della Chiesa e il suo rapporto con la coscienza personale di ciascuno nell’assunzione delle decisioni politiche. Questa dottrina da una parte è proposta dal magistero della Chiesa e quindi ha pur sempre un aggancio con la fede in base alla quale la Chiesa esiste. Dall’altra parte, come abbiamo visto, è argomentata razionalmente, a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano. Per questo secondo aspetto essa può fornire una luce e un riferimento sia ai credenti sia ai non credenti. Per il primo aspetto, però, l’atteggiamento dei credenti verso di essa non può essere semplicemente uguale a quello dei non credenti. I non credenti, infatti, si sentiranno legati a tale dottrina solo nella misura in cui essa li convince razionalmente. I credenti, invece, se intendono comportarsi in maniera coerente con la loro fede, faranno riferimento alla dottrina sociale anche al di là di ciò che sembra loro evidente razionalmente.

In altre parole, la coscienza dei credenti deve essere illuminata e formata non solo dalla loro ragione ma anche dalla fede e dall’insegnamento della Chiesa. E’ teologicamente infondata, pertanto, quella posizione – rivendicata a volte con enfasi da alcuni politici cattolici – per la quale il richiamo alla propria libertà di coscienza viene fatto valere per discostarsi dagli insegnamenti della Chiesa. Sul piano politico e giuridico essi hanno certamente il diritto di agire così, ma non possono pretendere che questi comportamenti e queste scelte siano anche teologicamente ed ecclesialmente legittimi. All’interno del mondo cattolico, la controversia sui “principi non negoziabili” ha qui il suo vero nocciolo.

Se vogliamo inquadrare questa questione in una problematica più vasta, possiamo considerarla un sintomo di quelle tendenze alla “secolarizzazione interna” della Chiesa e dei cattolici che da una parte non devono sorprendere, per l’influsso reciproco tra Chiesa e società che è sempre in atto: la secolarizzazione del mondo occidentale tende quindi fatalmente a riverberarsi anche all’interno della Chiesa. D’altra parte, però, è indispensabile reagire a questo processo, se non vogliamo che la fede diventi irrilevante e intendiamo invece conservare le nostre capacità di testimonianza missionaria.


4. Torniamo ora al discorso al Pontificio Consiglio per i Laici. Dopo aver parlato della fede che ci fa leggere in modo nuovo la realtà, Benedetto XVI aggiunge che la speranza cristiana “allarga l’orizzonte limitato dell’uomo e lo proietta verso la vera altezza del suo essere”, cioè verso Dio. Così la politica viene per così dire “relativizzata”, si manifesta come realtà non “ultima” ma “penultima”: siamo salvaguardati, cioè, dalle sue assolutizzazioni che nel nostro tempo hanno condotto ai totalitarismi e nel passato hanno portato alla sacralizzazione del potere politico. La fede cristiana, dove si è affermata storicamente, ha posto fine a questa sacralizzazione e nel nostro tempo ha costituito un limite e un fattore di crisi per i totalitarismi.

Subito dopo il Papa sottolinea con forza che “la carità nella verità è la forza più efficace per cambiare il mondo”. E’ cioè quella linfa vitale che, quando è realmente all’opera, può far nuove le persone e con esse tutte le cose, fino a portare alla costruzione di una nuova civiltà.

Le parole del Papa vanno comprese, però, non nel senso dell’utopia di un mondo perfetto – quanto mai lontana dall’intelligenza e dal realismo cristiano di Benedetto XVI – bensì come testimonianza di fiducia nell’efficacia, spesso nascosta ma non per questo illusoria, delle azioni compiute per amore di Dio e del prossimo.

Il riferimento di Benedetto XVI alle tre virtù teologali di fede, speranza e carità ci richiama a una verità elementare ma spesso dimenticata: per fare politica da cristiani bisogna anzitutto essere davvero cristiani. Esserlo, però, non è mai stato facile, perché richiede la conversione del cuore e della vita. Nella società e cultura di oggi sono all’opera, inoltre, delle spinte potenti che tendono ad allontanarci dal cristianesimo e a sostituirlo con una molto diversa visione e prassi di vita. Il Papa nel suo discorso vi accenna quando parla del diffondersi di un confuso relativismo e di un individualismo utilitaristico ed edonista: sappiamo bene, per esperienza, qual è il significato concreto di queste parole. Perciò, per poter essere davvero cristiani e agire da cristiani, in politica come in ogni altro campo, abbiamo bisogno di una comunità, di un ambiente di vita, di amicizie, di relazioni umane che ci sostenga e dia nutrimento quotidiano alla nostra fede: anche questa necessità è ben presente nel discorso del Papa. 

Qui però occorre fare una precisazione: non qualunque comunità e qualunque accompagnamento formativo sono davvero all’altezza di questo compito. Proprio a questo proposito dobbiamo di nuovo richiamare le parole di Benedetto XVI sull’intelligenza della fede che diventa intelligenza della realtà. Diciamolo francamente: questo tipo di intelligenza è assente in troppe comunità parrocchiali, associazioni, gruppi giovanili. Oppure è inteso alla rovescia, come se fosse la cultura di oggi a fornire la chiave decisiva per l’intelligenza della nostra fede. Certo, la fede va incarnata, o “inculturata”, nelle situazioni e nelle problematiche del nostro tempo, non può prescindere da esse se non vuole diventare sterile e insignificante. Il suo criterio decisivo è però Gesù Cristo, che vive nella Chiesa: è lui che ci dà la chiave per leggere, valutare e trasformare la realtà in cui viviamo. Solo così, come ha detto con forza il Papa, il contributo dei cristiani può essere decisivo.


5. Per adempiere veramente il compito di educare i discepoli di Cristo, affinché siano testimoni della sua presenza, le comunità cristiane di oggi sono chiamate, dunque, a interrogarsi anzitutto su se stesse, a un sereno esame di coscienza per vedere se si fanno carico, o meno, di far diventare l’intelligenza della fede intelligenza della realtà. Questa domanda ci offre la chiave giusta per affrontare una questione che per molti anni, dal dopoguerra alla fine della Democrazia Cristiana, è stata centrale riguardo all’impegno politico dei cattolici in Italia: quella dell’unità politica dei cattolici stessi. Allora la domanda si riferiva all’unità in un solo partito, poi ha cambiato forma, ma non ha mai smesso del tutto di riproporsi. In realtà, prima che sull’unità politica dobbiamo interrogarci sull’unità culturale, sulla capacità cioè di avere una lettura comune della realtà: non solo e non primariamente della realtà politica italiana, ma della vita sociale nel suo complesso, in Italia e nel mondo, e prima ancora della cultura contemporanea e delle grandi domande e sfide che essa pone alla nostra fede.

Proprio l’unità a questo livello negli ultimi decenni si è molto indebolita, anzi a tratti è sembrata scomparire, per riaffacciarsi più di recente ma con grande fatica. Per la fede che diventa intelligenza della realtà, la regola e l’obiettivo da perseguire sembrano essere diventati non più l’unità ma la diversità, il pluralismo. In questi sviluppi sicuramente non tutto è sbagliato, vi è anzi molto di giusto e di fecondo. Nemmeno nella teologia, che è la prima e fondamentale ricerca di intelligenza della fede, la pluralità può essere eliminata, pena la sterilità della teologia stessa, per il semplice motivo che l’intelligenza ha bisogno di libertà, così come la libertà ha bisogno di intelligenza. La teologia però, se non vuol perdere il suo riferimento alla fede e all’unità che è essenziale alla fede, non può non ritrovarsi sostanzialmente unita, non solo in ciò che è direttamente affermato dalla fede, ma anche in quelle implicazioni, per la nostra visione del mondo e per la nostra vita, che scaturiscono chiaramente dalla fede stessa.

Quando dalla teologia il discorso si trasferisce alla cultura, a quella cultura cristiana che nasce dalla fede come da una sua fondamentale sorgente, lo spazio per la pluralità diventa, naturalmente e giustamente, ancora maggiore, perché della cultura fanno parte le forme e le modalità concrete della vita, con la loro ricchezza inesauribile e con il loro continuo variare a seconda dei luoghi e dei tempi, delle conoscenze, delle esperienze e delle sensibilità dei gruppi umani e dei popoli. Anche qui, però, rimangono due fondamentali fattori di unità. Il primo abbraccia tutte le culture, da quelle primitive a quelle di oggi, pur con le loro enormi differenze, e spiega la loro possibilità di entrare in rapporto reciproco, di comprendersi e di fecondarsi l’una con l’altra: questo fattore è la comune umanità, che sta alla base di tutti i popoli e di tutte le culture e che conserva sempre i suoi caratteri essenziali. Il secondo fattore di unità riguarda specificamente le culture cristiane o cristianamente ispirate: queste culture, anche nei più diversi contesti storici, mantengono sempre quella fisionomia, quei lineamenti e contenuti essenziali, che provengono dalla fede che è alla loro origine.

Voi, vivendo in prima persona un’esperienza politica, sapete bene come la politica, ancor più della cultura, sia il luogo della diversità e del confronto delle opinioni, della molteplicità e del conflitto degli interessi e anche degli ideali. Queste diversità e questi conflitti non risparmiano certo e non hanno mai risparmiato i rapporti tra i politici che condividono una matrice cristiana. La prova di tutto ciò si è avuta nella storia dapprima del Partito Popolare e poi della Democrazia Cristiana. E tuttavia anche qui rimane un principio di unità, sia per ogni politica che intenda il proprio impegno come riferito alla promozione dell’uomo, sia specificamente per coloro che fanno politica mossi da motivazioni che hanno a che fare con la loro fede. Per questi ultimi il principio di unità è, come ha sottolineato il Papa, l’intelligenza della fede che diventa intelligenza della realtà.

Certo, su molte questioni la fede non porta a soluzioni univoche, come ha giustamente sottolineato il Concilio ("Gaudium et spes", 76), ma non tutto è ugualmente opinabile. Ricordiamo le parole di Giovanni Paolo II al Convegno di Palermo del novembre 1995, dove da una parte egli prendeva atto della fine dell’unità dei cattolici in un solo partito, ma subito aggiungeva che ciò “nulla ha a che fare con una ‘diaspora’ culturale dei cattolici, con un loro ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede, o anche con una loro facile adesione a forze politiche e sociali che si oppongano, o non prestino sufficiente attenzione, ai principi della dottrina sociale della Chiesa”.

Benedetto XVI ha dato nuova espressione a questo concetto essenziale attraverso il suo ripetuto riferimento ai “valori non negoziabili”. In altre parole, la fede cristiana – che per i cattolici è interpretata e proposta dal magistero della Chiesa – non è generica e priva di contenuti determinati: alcuni di essi hanno un riferimento decisivo alla persona e alla società e non possono essere ignorati o disattesi da chi intende essere autenticamente cattolico, in politica come in ogni altro spazio della vita.


6. Quando, come fa Benedetto XVI nel suo discorso, si chiede ai cristiani laici di mostrare concretamente che la fede permette di leggere la realtà in modo nuovo e di trasformarla, l’impegno politico dei credenti viene chiaramente situato tra fede e realtà, e più esattamente nello sforzo di coniugare fede e realtà. Ciò significa che il credente che fa politica non può, e non deve, rifugiarsi in una posizione di pura testimonianza. E’ invitato invece a fare i conti con la realtà, a perseguire cioè l’efficacia delle proprie azioni nel concreto delle situazioni esistenti. Questa è del resto una caratteristica essenziale della politica, espressa da Benedetto XVI laddove, come abbiamo già accennato, precisa che la politica è “una complessa arte di equilibrio tra ideali e interessi”.

Così però il Papa, al tempo stesso, ci mette in guardia da quella riduzione della politica al solo aspetto della sua efficacia pratica che è il limite costitutivo del cosiddetto “realismo politico”, il quale purtroppo facilmente degenera in cinismo politico. In questo modo la politica diventa fine a se stessa, si concentra esclusivamente, o almeno prioritariamente, sul perseguimento del potere. L’opposto di questo realismo di corto respiro è quell’idealismo astratto che non incide nella storia e che finisce non di rado per trasformarsi in un utopismo tendenzialmente violento e totalitario. L’autentico realismo cristiano sta invece nel non stancarsi di cercare la sintesi tra ideali e interessi, per quanto faticosa e sempre provvisoria una tale sintesi possa essere.


7. Quanto ai contenuti dell’impegno politico, Benedetto XVI nel discorso al Pontificio Consiglio per i Laici fa riferimento ai grandi problemi di oggi e in concreto al fatto che la questione sociale è diventata, al tempo stesso e radicalmente, questione antropologica, come egli ha spiegato nell’Enciclica Caritas in veritate. Il senso non è che la questione sociale sia ormai superata: essa rimane pienamente attuale e ha assunto sempre più una dimensione planetaria, che siamo soliti riassumere con la parola “globalizzazione”. Ancora più profonda e densa di conseguenze sembra però la nuova problematica antropologica, che mette in gioco la domanda fondamentale: chi, o che cosa è l’uomo? Chi siamo noi nella sostanza del nostro essere? Una domanda di sempre, certamente, ma oggi una domanda nuova perché nuove sono le possibilità offerte dagli attuali sviluppi scientifici e tecnologici che hanno dato all’uomo un nuovo potere su se stesso.

Parafrasando una celebre tesi di Marx, non si tratta più soltanto di interpretare l’uomo, ma soprattutto di trasformarlo. Questa nuova trasformazione non avviene però, come pensava Marx, cambiando i rapporti sociali ed economici, bensì incidendo direttamente sulla realtà fisica e biologica del nostro essere attraverso le biotecnologie, che stanno progressivamente appropriandosi dell’insieme del nostro corpo: non solo dei processi del nascere e del morire, sui quali sono già focalizzati l’attenzione e il dibattito pubblico, ma anche del funzionamento globale del nostro organismo e in particolare del funzionamento del nostro cervello. L’intenzione, dichiarata o ancora recondita, è migliorare, potenziare, trasformare l’uomo stesso.

L’impiego delle tecnologie, però, non è mai neutro: è legato agli scopi che si perseguono e, nel caso delle biotecnologie applicate all’uomo, dipende in ultima analisi dal concetto che abbiamo dell’uomo stesso, della sua natura e dignità, quindi dalle convinzioni che ci animano riguardo a ciò che l’uomo deve comunque continuare ad essere, o invece deve diventare tramite i nostri interventi biotecnologici.

Qui si aprono degli scenari davvero enormi, di cui oggi fatichiamo a renderci conto, ma che nei prossimi decenni, e ancora più nel secolo che è appena iniziato e in quelli che seguiranno, diventeranno sempre più evidenti e decisivi per le sorti dell’umanità: ecco perché non è esagerato affermare con Benedetto XVI che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica. A questo proposito si impone una riflessione che mette insieme le problematiche antropologiche con i processi di globalizzazione, in concreto con i grandi mutamenti in corso negli equilibri geo-economici, geo-politici e inevitabilmente anche geo-culturali. Di fatto, oggi stanno riemergendo e assumendo un peso sempre maggiore alcune grandi nazioni e civiltà che negli ultimi secoli erano state sovrastate dall’Occidente. Queste nazioni e civiltà non hanno quella matrice cristiana che, malgrado tutte le infedeltà storiche e malgrado i processi di secolarizzazione attualmente in atto, appartiene al DNA dell’Europa, delle due Americhe e di altre considerevoli parti del mondo.

La centralità della persona umana – il suo essere fine e non semplicemente strumento – si è però affermata storicamente proprio in quelle culture che hanno la loro matrice nel cristianesimo. Sono dunque i popoli eredi di tali culture quelli che per primi hanno la responsabilità e il compito di mantenere e far fruttificare la centralità dell’uomo nella nuova fase storica che si apre davanti a noi, pur cercando, come è doveroso e necessario, di sollecitare anche le altre nazioni e civiltà ad un impegno convergente. E’ questo, già oggi e per il futuro, un compito fondamentale dei cristiani impegnati in politica, come del resto di quelli che operano nella cultura, nelle scienze, nell’economia e in ogni altro spazio socialmente rilevante.


8. Proprio alla luce di questi grandi scenari è possibile inquadrare correttamente una questione di cui molto si parla, quella della “laicità” della politica. Tradizionalmente il dibattito si concentra sui rapporti tra Chiesa e Stato e riguarda la loro reciproca indipendenza e autonomia, sulla base di quella legittima autonomia delle realtà terrene che il Concilio ha espressamente riconosciuto e sottolineato. L’affermazione, da parte del medesimo Concilio, della libertà religiosa come diritto essenziale di ogni persona e comunità ha inoltre tolto di mezzo quello che era l’ostacolo più profondo a un’intesa tra “cattolici” e “laici” a proposito della laicità. E tuttavia il confronto rimane difficile e il dissenso profondo, proprio per le nuove problematiche che si sono imposte all’attenzione dell’etica pubblica, e quindi della politica, con l’insorgere della questione antropologica.

Di qui le accuse alla Chiesa di attentare all’autonomia dello Stato, compiendo un’ingerenza indebita, ogni volta che cerca di far valere nello spazio pubblico la concezione dell’uomo di cui essa è da sempre portatrice e che, per di più, è iscritta da molti secoli nella nostra civiltà. Ad essa si vorrebbe sostituire quella che Benedetto XVI ha giustamente chiamato “dittatura del relativismo”, con il risultato che verrebbe meno ogni verità e criterio di valore capace di orientare gli sviluppi concreti della questione antropologica.

In realtà, dunque, il confronto sulla laicità oggi non riguarda principalmente i rapporti tra Chiesa e Stato, ma il senso e il destino della nostra esistenza. Perciò Benedetto XVI propone una laicità “sana” e “positiva”, che congiunga all’autonomia dello Stato dalla Chiesa l’apertura nei confronti delle fondamentali istanze etiche e del senso religioso che portiamo dentro di noi. Questa concezione della laicità è la sola adeguata ai problemi attualmente in gioco ed è condivisa non soltanto dai cattolici (in realtà, purtroppo, non da tutti) ma anche da numerosi laici, in Italia e in molte altre nazioni, che proprio in nome della ragione e della libertà si oppongono alla dittatura del relativismo e non rinunciano a prendere sul serio il criterio fondamentale che l’uomo è sempre un fine e mai semplicemente uno strumento. Con essi non solo il dialogo ma una concreta collaborazione è possibile e anzi indispensabile, anche in ambito politico. Aggiungo una postilla breve ma essenziale: per i credenti la laicità non può mai essere disgiunta dalla centralità di Cristo nella storia e in ogni dimensione della nostra esistenza (cfr "Gaudium et spes", 45).


9. Dedicherò l’ultima parte della mia riflessione alla situazione dell’Italia e ai compiti dei cattolici in essa. Da molti anni è quasi un luogo comune, sia in Italia che all’estero, ritenere che l’Italia sia un paese difficile da decifrare, complesso, pluriforme, scarsamente governabile e riformabile, ma in realtà più vivo e più robusto di quel che pensa di essere.

Piuttosto che addentrarmi in un’analisi per la quale voi siete probabilmente più competenti di me, vorrei tentare di proporre un’idea sintetica dell’Italia come nazione, a partire dalla sua missione nella storia e in particolare in Europa. Può sembrare, questo, un tentativo eccessivamente ambizioso, velleitario e anche un tantino ridicolo. Senza un’idea di noi stessi, però, non andiamo da nessuna parte. In concreto, in una missione storica dell’Italia ha creduto fortemente Giovanni Paolo II, il Papa polacco che aveva un robusto e non utopico senso della storia. Su questa missione egli si è espresso soprattutto nella lettera che ha scritto ai Vescovi italiani il 6 gennaio 1994, in un momento particolarmente difficile per il nostro paese. Le affermazioni chiave sono queste: “Sono convinto che l’Italia come nazione ha moltissimo da offrire a tutta l’Europa. Le tendenze che oggi mirano ad indebolire l’Italia sono negative per l’Europa stessa e nascono sullo sfondo della negazione del cristianesimo”. 

E poco più avanti: “All’Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo”. Benedetto XVI, ad esempio nella sua visita al Quirinale del 24 giugno 2005, si è espresso in termini analoghi. Una simile valutazione capovolge l’idea, diffusa in ambienti importanti, secondo la quale il progresso e il futuro dell’Italia dovrebbero invece consistere nell’omologarsi alle altre nazioni dell’Europa occidentale, in modo da mettere tra parentesi l’eredità del cristianesimo. 

Di fatto la convinzione e la proposta di Giovanni Paolo II sono assai meno utopiche di quel che potrebbero apparire a prima vista: in Italia, infatti, la vitalità e l’incidenza della presenza cristiana, a livello anzitutto popolare, ma in certa misura anche culturale e politico, è comparativamente assai più grande che nella maggioranza delle altre nazioni europee. Non per caso Benedetto XVI parla talvolta, confidenzialmente, di una “eccezione italiana” in Europa. Sarebbe pertanto assai poco lungimirante, oltre che contrario alla nostra vocazione, se noi cattolici italiani lasciassimo cadere quella missione che Giovanni Paolo II ha indicato all’Italia, giudicandola a priori impossibile.

Naturalmente quello che Giovanni Paolo II ha detto in rapporto all’Europa può essere formulato, sebbene in termini necessariamente diversi, anche riguardo ad altre realtà, ad esempio l’area del Mediterraneo nella quale siamo immersi.


10. Le vere domande che i cattolici italiani impegnati in politica devono porsi sono comunque sostanzialmente due: quali sono le priorità per il bene comune della nazione, e quindi per le sue possibilità di adempiere in concreto una missione nel mondo, e quale può e deve essere il contributo dei cattolici per realizzarle? A queste domande è giusto rispondere in modo unitario, dato che il bene del paese non può non essere anche l’obiettivo dei politici cattolici. 
    
Sono ben note le numerose fragilità dell’Italia. Mi limiterò a ricordare quelle di cui ho potuto occuparmi più direttamente, che riguardano anzitutto la famiglia, risorsa fondamentale del nostro paese – su questo piano decisamente più forte dei paesi limitrofi – ma troppo trascurata nell’azione di governo, dalla fine della seconda guerra mondiale fino ad oggi.

E con la famiglia due problematiche strettamente connesse: quella dell’educazione delle nuove generazioni – a proposito della quale Benedetto XVI ha parlato di “emergenza educativa” – e quella della crisi demografica che sta silenziosamente ma inesorabilmente restringendo ogni prospettiva di sviluppo. Ciascuno di questi problemi richiede un duplice genere di risposte. Le prime sono quelle che possono essere date dalle strutture pubbliche, attraverso interventi organici e di lungo periodo. Le seconde dipendono invece sia dalle scelte e dalle responsabilità delle persone e delle famiglie, sia dal clima culturale dominante: quindi da tutte le varie realtà che contribuiscono a formarlo, ivi comprese di nuovo anche le singole persone e famiglie.

Specialmente sotto questo secondo aspetto la Chiesa è chiamata a impegnarsi a fondo, come sta facendo e come deve cercare di fare ancora di più. Per i cattolici che operano in politica una cosa mi sembra decisiva: essere convinti e consapevoli che il loro impegno sarà tanto più efficace e fecondo quanto più cercheranno di essere veramente, e vorrei dire semplicemente, cattolici, anche e specificamente nel loro agire politico. Sappiamo tutti che non è facile, anzi, possiamo dire che umanamente sembra impossibile; ma sappiamo pure che, se ci manteniamo uniti al Signore, anche questo diventa concretamente possibile. Su questa base, inoltre, i credenti che fanno politica non limiteranno affatto il loro impegno ai cosiddetti “temi cattolici”, ma saranno solleciti del bene comune della nazione in tutta la sua ampiezza. Saranno, ugualmente, pronti e disponibili a tutte le collaborazioni e le sinergie che non contrastino con questa loro identità.

Concludo accennando alla questione che più mi preoccupa per il futuro del cattolicesimo in Italia: quella degli orientamenti culturali e delle scelte e stili di vita dei giovani. Tra dieci o venti anni, cioè, potremo avere ancora quel giudizio sostanzialmente positivo sulla vitalità del cattolicesimo italiano che mi sono azzardato ad esprimere riguardo all’oggi? Rendere possibile una risposta positiva non è compito da addebitarsi primariamente a chi fa politica. Tuttavia anche la politica e l’azione di governo hanno qui una responsabilità, sia pure per così dire “indiretta”. Perciò vorrei chiedere anche a voi, come politici cattolici, di non sorvolare su questo interrogativo inquietante.


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