Mercoledì, 21 Agosto 2019

 

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"Si sacrificano laggiù per la nostra tranquillità". In margine alle polemiche se continuare le Missioni in Afganistan

 

 

E' appena morto il nostro 41° soldato in Afganistan e immediatamente è scattata in qualcuno la solita molla; commentatori di destra, di centro e federalisti si sono cimentati in affermazioni del tipo "torniamocene a casa perchè la  missione comincia a costare molto sotto l'aspetto economico". Con queste affermazioni hanno dimostrato, come minimo, di avere una grande debolezza culturale, specie quando richiamano il solito Vietnam ripetendo così una frase fatta.


 

Quelli in mala fede invece hanno dichiarato che questa "missione di pace" è inutile perchè serve solo a dimostrare che la NATO è unita e in questo hanno citato persino Obama che sta pensando al ritiro; come se Obama fosse uno che non sbaglia mai una mossa (Sic !).

Ma allora come stanno le cose?

La risposta, come quasi sempre è accaduto nella storia del nostro Paese, arriva dalla saggezza straordinaria del nostro popolo. Loro (il popolo) non hanno fatto studi di politica estera, nè conoscono le strategie militari, nè hanno mai fatto calcoli di bassa bottega politica. Il popolo, il nostro straordinario popolo, alle cose ci arriva per buon senso e logica.

Il terrorismo oggi dove nasce? Chi lo dirige? Con quali strumenti e modalità preoccupa il mondo? E' lo stesso terrorismo di 20-30 anni fa ?  Il popolo capisce che da quell'11 settembre 2001 tutto è cambiato. 30 anni fa le Brigate Rosse, tanto per fare un esempio nostrano, per fare una strage o per rapire qualcuno ci dovevano mettere faccia e coraggio e le Forze dell'Ordine li combattevano nei nostri quartieri, nelle nostre città.

Oggi invece per distruggere una città italiana basta che  a Kabul il fanatismo religioso prema un tasto, e la strage è bella e fatta ! Ecco perchè per sconfiggerli bisogna andare là.

E se noi in Patria siamo tranquilli e sereni (e per noi non intendo solo gli italiani ma tutto il mondo occidentale) è perchè i nostri magnifici ragazzi vegliano per noi e su di noi in una terra inospitale, con una capacità, una bravura, un eroismo, una compostezza e una dignità che li fanno rispettare soprattutto dalle popolazioni locali oltre che dagli alleati. Tant'è che oggi la migliore immagine dell'Italia nel Mondo la da proprio il nostro Esercito nelle missioni di pace. 

E qui, nella nostra Patria, qualcuno al calduccio della propria casa anzichè ringraziare e sostenere l'iniziativa  scrive che costa troppo e magari gira la testa dall'altra parte quando si parla di tagli agli sprechi della politica.

Chiudo con un invito a vantaggio degli eventuali scettici consigliando la lettura di questo messaggio di Elisa Milan, una donna qualsiasi, la moglie di un soldato in Afganistan. Sembra un trattato di Politica con la "P"maiuscola.

Buona lettura, vi assicuro che non ve ne pentirete:

Alessandro Pagano

 

 

Roma, 26 luglio 2011 - Afghanistan è sinonimo di guerra, terrorismo, povertà, ignoranza, sfruttamento. Lo scenario che suscita questa parola è uno dei più funesti e insidiosi che ci siano. Eppure i militari della Folgore sono lì giorno dopo giorno a combattere per il loro Paese. Quando si parla di Afghanistan se ne parla quando il peggio è già successo, quando qualcuno si è sacrificato per un ideale. Lo stesso che ci ha portato ad essere cittadini di uno Stato libero. Quello che ci porta ad alzarci ogni mattina e affrontare la giornata senza porci il problema che ci sia qualcuno che, per ragioni a noi del tutto incomprensibili, possa far sì che quello non sia il nostro ultimo giorno. Da lontano loro ci proteggono. 

Vivono in condizioni durissime. Hanno rinunciato praticamente a tutto. C’è chi si trova in posti talmenti lontani e disagiati che è costretto a razionare l’acqua da bere, chi è costretto a lavarsi con pochissima acqua. Chi per giorni e giorni mangia solo le razioni kappa, se è fortunato. Chi riesce a telefonare a casa e dire "Ciao sono io, sto bene" solo una volta al mese. Chi per sette lunghi mesi, notte dopo notte, se è fortunato dorme in una brandina da campeggio.

Le fatiche psico-fisiche a cui sono sottoposti sono durissime. Ma loro ogni mattina si alzano e affrontano pericoli enormi, lavorando anche diciotto ore consecutive, con la massima professionalità. Ogni giorno, anche se le notizie non arrivano al nostro mondo, sventano attentati più o meno grandi. Ogni giorno sono attaccati dalle forze ribelli. Ogni giorno ci sono mortai pronti a tirare su di loro. E ogni giorno, passo dopo passo, annientano questa disumana situazione di barbarie terroristiche. 

La loro è prima di tutto una scelta di vita, e in secondo luogo il loro lavoro: per quanto sia dura, non si lamentano mai. E nemmeno hanno il diritto di farlo, perché nessuno li ha obbligati. Hanno fatto una scelta. Ma noi invece, che dormiamo sonni tranquilli grazie a loro, abbiamo il dovere di ricordarli ? Abbiamo il dovere di guardare i nostri figli e pensare che c'è qualcuno che, molto lontano e nel silenzio, lavora per garantirci la serenità ? Quel qualcuno insieme alla sua famiglia si sta sacrificando per l’Italia. Per un tricolore tanto criticato ma che regna sovrano nei loro cuori. Alla domanda: ma ne vale la pena? Loro sicuramente dicono di sì ma noi siamo all’altezza di questi uomini che nemmeno conosciamo e che hanno messo a rischio la loro vita, il bene più prezioso, per la nostra? (Tratto da QN il resto del Carlino - La Nazione del 26/07/2011 pag.6) 

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