Venerdì, 27 Gennaio 2023


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Relazione al Convegno sul tema “Italia-Marocco: sviluppo sostenibile e stabilità nel Mediterraneo”

 

 

 

 

 

 


 

 

 

Relazione dell'On. Alessandro Pagano  al Convegno sul tema “Italia-Marocco: sviluppo sostenibile e stabilità nel Mediterraneo”

 

Posizionamento geopolitico e scelte recenti del Marocco: sempre con gli Usa, nelle Primavere con Turchia e Qatar, ma senza voltar le spalle all’Arabia

Il Marocco è riuscito a superare relativamente senza danni il turbine delle Primavere Arabe, giocando d’anticipo, confermando gli investimenti nelle grandi infrastrutture del paese e mantenendo più o meno inalterata la rete delle proprie alleanze storiche.

Nell’intento di prevenire una sollevazione, il Re attuale, Mohammed VI, ha cooptato gli islamisti al Governo, dove ancora si trovano, seppure con un nuovo Primo Ministro, dopo la sostituzione di Benkirane con Othmani avvenuta nel marzo scorso.

Pur strizzando l’occhio alla Fratellanza Musulmana, tuttavia, e mantenendo un solido rapporto con gli Stati Uniti di Barack Obama, per ragioni di equilibrio Rabat ha accettato di partecipare alla campagna dei sauditi in atto in Yemen contro gli Houti, subendo anche la perdita di un proprio aereo, un F-16, abbattuto nel 2015.

I rapporti con la corte di Riyadh non sono stati quindi mai compromessi.

Il Marocco è per ora a disagio con Trump

Pare evidente un certo disagio del Re nei confronti della nuova linea assunta da Washington con Trump: il Re non è andato ad ascoltare il discorso tenuto a Riyadh dal Presidente americano, facendosi rappresentare dal Ministro degli Esteri.

Infastidisce probabilmente il Marocco anche il recente riavvicinamento tra Russia e Turchia, avvenuto peraltro seguendo dinamiche indipendenti, perché sottopone a tensioni il posizionamento di Rabat tra Washington ed Ankara.

Il Marocco ha in effetti una forte identità atlantica, di cui il rapporto con gli Stati Uniti e la relazione con la Francia sono elementi importanti. E’ interessante notare a questo riguardo come il neoeletto Presidente francese Macron abbia scelto come sua prima destinazione africana proprio il Marocco, anteponendolo all’Algeria.

Negli ultimi anni, tuttavia, e non solo in seguito alla firma di un importante accordo bilaterale di libero scambio, Rabat ha sviluppato notevolmente le proprie relazioni con Ankara, che sta investendo risorse nello sviluppo marocchino e comunque nel potenziamento della propria presenza nello scacchiere.

Trump è problematico anche sotto un altro punto di vista: apprezza Sisi, il Presidente egiziano che ha cercato più volte di esercitare pressioni tendenti ad indurre il Re del Marocco a cambiare il proprio Governo, chiudendo totalmente all’Islam Politico. Potrebbe quindi risentire di un eventuale cambio di approccio americano alla Libia, come del resto l’Italia.

A Trump, i marocchini verosimilmente contestano anche le scelte in materia di politica ambientale, posto che Marrakesh ha ospitato recentemente il seguito della COP21.

 

Obiettivi di Marocco ed Italia nelle relazioni bilaterali

Nelle relazioni bilaterali con l’Italia, il Marocco persegue essenzialmente tre obiettivi:

a)            apertura del mercato italiano ai propri prodotti agroalimentari, circostanza che trova la Lega contraria;

b)           protezione della diaspora marocchina in Italia, che è spesso bersaglio degli strali della Lega, anche in ragione della tendenza di alcuni suoi membri a delinquere;

c)            sostegno alla propria posizione in merito al controllo del Sahara Occidentale, altro elemento che cozza contro una battaglia storica della Lega a favore dell’autodeterminazione del popolo sahrawi e che comunque incontra una certa freddezza a Roma, che dipende significativamente per il gas dalla rivale Algeria.

Dal punto di vista economico, il Marocco è in crescita significativa. Costruisce grandi infrastrutture, dall’alta velocità ferroviaria al grande porto di Tanger Med.

Per quanto riguarda l’Italia, l’aspetto forse più interessante della collaborazione bilaterale con il Marocco è sul terreno dell’intelligence anti-terroristica. I servizi marocchini controllano infatti molto efficacemente la loro emigrazione e talvolta monitorano anche le attività di alcune moschee. Sono quindi potenzialmente molto preziosi. E questo può essere riconosciuto anche dalla Lega, elemento che va certamente utilizzato nel contesto dell’iniziativa. L’interesse alla stabilità è comune ad Italia e Marocco.

Rapporti tra Italia e Marocco

In ragione della stabilità e del peso politico che Rabat può vantare, soprattutto in Africa e con i paesi arabi, ma anche del suo attivismo in ambito regionale (Dialogo 5+5 , Unione per il Mediterraneo , Processo di Rabat , round di negoziati sulla Libia), dal 2014 in poi si è registrato un crescente interesse da parte italiana a intensificare le già eccellenti relazioni con il Marocco. Nel complesso, le intese di fondo riguardano le seguenti tematiche: migrazioni, Libia, lotta al terrorismo.

In seguito all’adozione della nuova Costituzione del 2011, il Paese ha varato un vasto piano di riforme volte a rafforzare lo stato di diritto, a modernizzare le Istituzioni e a garantire un maggiore decentramento politico e amministrativo. Da questo punto di vista, il Paese rappresenta un’eccellenza regionale in ragione della sua stabilità politica ed economica e delle buone prospettive di crescita.

Il Marocco è partner privilegiato nei rapporti mediterranei dell’Italia. Lo testimonia la ricca e integrata presenza della comunità marocchina in Italia, tra le più importanti di quelle presenti nel nostro Paese, e lo testimonia anche il continuo viavai di imprenditori e missioni economiche che l’Italia organizza in Marocco.

Il partenariato Italia - Marocco è regolato da:

•             Più di 100 accordi bilaterali che inglobano tutti i settori;

•             Le disposizioni dell’Accordo d’Associazione firmato tra il Marocco e l’Unione Europea nel 1996 ed entrato in vigore nel 2000;

•             Lo statuto avanzato di cui il Marocco gode presso l’Unione (adottato nel 2008).

Secondo i dati ISTAT, l’interscambio commerciale tra Italia e Marocco è aumentato del 10,6%, passando dai circa 530 milioni di Euro relativi al 2015 a 586 milioni di euro nel 2016. Le esportazioni italiane, nel 2016 sono cresciute del 18% rispetto all’analogo periodo del 2015.

I prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio sono diventati la prima voce di esportazioni italiane in Marocco (dopo la chiusura della Samir, la più grande raffineria del Paese), seguiti dai macchinari, dai tessuti e da prodotti chimici di base. I prodotti marocchini maggiormente esportati verso l’Italia sono i prodotti ittici lavorati e conservati (+24%), seguiti dagli autoveicoli (+22%) e dalle apparecchiature di cablaggio.

In ragione delle riforme istituzionali intraprese e della stabilità della situazione politica, nonché delle buone prospettive di crescita economica che interessano la regione, numerose imprese italiane hanno recentemente annunciato la propria intenzione di effettuare investimenti in Marocco, o di consolidare la propria presenza nel Paese.

Il Marocco ha un ruolo importante nel suo vicinato arabo, africano e mediterraneo. Oltre all’aspetto economico, il Marocco è fondamentale in molti dossier, in particolare nel campo della sicurezza e della lotta al terrorismo alla radicalizzazione e all’immigrazione clandestina. Su tutte queste questioni, il contributo del Marocco, in particolare in termini di cooperazione con i Paesi vicini, è riconosciuto e apprezzato. Ma il modello marocchino ha anche dato prova, in particolare con riferimento al suo approccio preventivo incentrato sul lavoro sul campo, di sensibilizzazione, educazione religiosa e miglioramento delle condizioni socio-economiche dei giovani a rischio rispetto ai pericoli citati (radicalizzazione, terrorismo, immigrazione clandestina, ecc.). L’Italia, che è una delle più grandi economie in Europa, svolge un ruolo attivo nella gestione di molti problemi nel Mediterraneo, tra cui la crisi dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Oltre ai suoi sforzi umanitari in questo settore, l’Italia si distingue per l’approccio preventivo che punta a trattare il problema alla radice e a lottare contro i trafficanti di esseri umani. Il Marocco e Italia, insieme, possono svolgere un ruolo importante nella risoluzione di questi problemi, ma anche contribuire ad alleggerire le tensioni in molti Paesi e regioni in preda a conflitti interni.

Tuttavia, il Marocco è consapevole che tale approccio alla sicurezza non è sufficiente e bisognerebbe completarlo con politiche e misure preventive, che richiedono un lavoro di ampio respiro. In questo contesto, particolare attenzione è rivolta alla de-radicalizzazione dei giovani e alla promozione di un Islam tollerante, rivolto verso la modernità e aperto alle altre religioni e al mondo. Così, l’Istituto Mohammed VI per la Formazione degli Imam, Predicatori e Predicatrici, inaugurato il 27 marzo 2015 da Sua Maestà il Re Mohammed VI, ha accolto centinaia di imam e predicatori provenienti dall’Africa e dall’Europa (Mali, Senegal, Costa d'Avorio, Guinea, Nigeria, Francia).

Sono state poste in essere anche altre misure, come la riforma dei corsi di studio, la lotta all’esclusione e all’emarginazione dei giovani e la penalizzazione dell’apologia del terrorismo e delle idee che invocano la violenza. Dunque il Marocco non cessa di compiere sforzi per promuovere i valori della tolleranza, del rispetto per gli altri, della solidarietà, della diversità culturale e della comprensione tra i popoli.

Le sfide future del Marocco

Ecco le principali sfide che attendono il Marocco.

Riforme

Dal punto di vista religioso, una recentissima decisione (fatwa) della massima autorità religiosa (islamica) del Marocco, il Consiglio Superiore dei dottori della legge (Ulema), ha aperto un importante dibattito sul tema dell’apostasia. Se infatti una fatwa dello stesso consiglio nel 2012 aveva decretato che il marocchino che si macchi del reato di apostasia è meritevole di una sola sentenza, quella capitale, il Consiglio degli ulema di Rabat ha messo nero su bianco in un documento intitolato “La via degli eruditi” che la pena per un apostata non debba essere la morte. Un dato rilevante, siccome in ben 13 paesi dell’Africa la pena capitale è in vigore per questo genere di reato.

Dal punto di vista delle riforme economiche, il Marocco sta implementando un nuovo piano per lo sviluppo dell’energia rinnovabile ed ecosostenibile con l’obiettivo di produrre 2000 megawatt di energia solare entro il 2020 in 5 centri del paese.

Nel settore agricolo, si stima che dal 2008 gli export siano aumentati del 34%. Il Ministro dell’Agricoltura Aziz Akhannouch ha presentato un “Green Plan” volto a supportare 800.000 allevatori e contadini per migliorare le condizioni di vita di 3 milioni di persone che vivono nelle aree rurali e la cui sussistenza dipende dalla produzione agroalimentare.

Un importante passo avanti è stato fatto nel campo dell’assistenza sanitaria, con la presentazione di una nuova riforma che prevede l’istituzione della RAMED card, ideata per permettere a circa 8.000.000 di persone in stato di povertà di accedere ai servizi sanitari presso ospedali pubblici  e strutture mediche di proprietà statale.

Sicurezza

Per quanto il Marocco si presenti ad oggi come uno dei paesi più stabili dell’Africa mediterranea, la minaccia terroristica non è affatto passata in secondo piano. Dopo gli attentati dell’aprile 2011, dove un’esplosione a Marrakech ha ucciso 17 persone fra cui diversi turisti stranieri e ferito 25 altre, l’allerta è rimasta alta. Le autorità marocchine hanno messo in guardia di una crescente minaccia collegata al numero sempre maggiore di marocchini simpatizzanti e appartenenti all’ ISIS o ad altri gruppi terroristici, e non di rado vi sono state operazioni che hanno scovato celle terroristiche pronte ad attacchi in Marocco.

Tuttavia, osservando la cartina del Nord Africa, c’è un solo Paese che ancora “resiste” all’ISIS e alle altre organizzazioni terroristiche di matrice islamica: il Marocco. Nel paese l’organizzazione guidata da Abu Bakr al-Baghdadi non ha avuto apparentemente un’effettiva presa. Tra le possibili ragioni: a differenza di altri Stati vicini, Rabat si caratterizza per un basso tasso di disoccupazione e per una moderata democratizzazione, comunque più elevata della media regionale. Quando queste condizioni vengono a mancare, rimarcano gli esperti, il terrorismo islamico trova condizioni favorevoli per proliferare. Finora il sistema marocchino ha resistito. La cosa non è banale.

Emblematico è il caso della Tunisia, un Paese vicino che vive una vera e propria contraddizione. Negli anni ha provato a fare della stabilità politica e della tolleranza religiosa dei punti di forza ed è per questo stato preso di mira dai jihadisti, come nel recente massacro di turisti a Sousse. Al tempo stesso, però, la nazione vive un momento economico estremamente difficile e molti suoi ragazzi ingrossano le fila dei foreign fighters dello Stato Islamico, attratti dalla possibilità di guadagnare denaro offrendo le proprie braccia e la propria fede.

Libia

Secondo Reuters, lo scorso marzo la Russia ha dispiegato diversi uomini delle forze speciali in una base aerea dell’Egitto occidentale, vicino al confine con la Libia. La base sarebbe quella di Sidi Barrani, a circa 100 chilometri dal confine libico-egiziano, e l’obiettivo della missione sarebbe aiutare il generale libico Khalifa Haftar, che controlla la Libia orientale grazie alle forze armate libiche e che è sostenuto dal parlamento di Tobruk, uno dei due parlamenti del paese.

L’atteggiamento della Russia nella Libia post-Gheddafi fu inizialmente prudente. Dopo avere ricevuto rassicurazioni che i contratti firmati in precedenza tra i due governi sarebbero stati rispettati, Putin cominciò ad appoggiare apertamente il primo ministro del governo di Tobruk, nell’est del paese, quello che oggi sostiene il generale Haftar. L’appoggio della Russia al generale Haftar ha cominciato a crescere dalla fine del 2016. A novembre 2016 Haftar ha fatto un viaggio a Mosca per incontrare il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov: dell’incontro non si hanno molte informazioni, ma diversi giornali internazionali hanno scritto che il tema centrale delle conversazioni sarebbe stato l’aiuto del governo russo per combattere i gruppi radicali islamisti in Libia.

A gennaio Haftar è salito a bordo della portaerei russa Admiral Kuznetsov, dove ha parlato in video-conferenza con il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu; diverse settimane dopo la Russia si è fatta carico di fornire cure mediche a un centinaio di uomini di Haftar rimasti feriti in battaglia.

Nell’ultimo mese Rosneft, la principale compagnia petrolifera russa, ha firmato degli accordi con la National Oil Corporation (NOC), la principale compagnia petrolifera libica. Non sono accordi così rilevanti dal punto di vista puramente energetico, visto che la capacità della Libia di sfruttare le proprie risorse è da tempo compromessa a causa della guerra, ma hanno grande valore strategico.

L’analista russo Peter Kaznacheev ha detto al Moscow Times che per la Russia «qualsiasi cosa abbia a che fare con il Nord Africa e il Medio Oriente è strategico. Prendersi uno spazio in Libia – attraverso Khalifa Haftar o la NOC libica e la produzione di petrolio – può rendere la Russia essenziale in Libia senza doversi sporcare le mani come ha dovuto fare in Siria».

Importante notare che dopo l’appoggio russo ad Haftar, anche il leader del governo sostenuto dall’OUN (Serraj) si è convinto della necessità di un un accordo tra le parti .

L’intesa è frutto di due tipologie di pressioni: da una parte, le pressioni che il generale Haftar ha subito in questi mesi da parte dell’Egitto, degli emiratini stessi e della Russia soprattutto; pressioni che andavano nella direzioni di incontrare al-Sarraj. Secondo punto: l’appoggio che al-Sarraj aveva da parte della comunità internazionale, e occidentale in particolare, è andato via via con il tempo sempre più disgregandosi, sciogliendosi; e l’ultimo tassello del puzzle che è venuto meno è naturalmente il mancato supporto dell’amministrazione Trump, minimamente paragonabile a quella che al-Sarraj aveva ricevuto dalla precedente amministrazione Obama.

Secondo molti il nuovo sistema già mette il Paese nelle mani di Haftar. Quindi, a questo punto, non è più Haftar che deve essere osservato, ma il campo dei suoi oppositori.

Bisognerà vedere in realtà se Sarraj sarà in grado di far rispettare l’accordo da parte di alcuni miliziani molto importanti, soprattutto nella Tripolitania, che lo hanno appoggiato; oppure se questi ultimi in qualche maniera si sentiranno traditi da questo accordo.

In pratica bisognerà vedere come questo accordo verrà in qualche maniera tollerato: è molto facile, sulla carta, parlare di scioglimento delle milizie, ma poi bisognerà naturalmente vedere quali incentivi avranno questi miliziani a sciogliersi. In realtà, la Libia avrebbe bisogno di una fase costituente più ampia, nella quale molti degli attori, sociali, locali, le municipalità, i gruppi partitici e anche in parte i miliziani che accettano di partecipare a un gioco democratico, vengono coinvolti dal basso. Questo tentativo è stato fatto un po’ con l’accordo di Skhirat di due anni fa, ma in realtà è parzialmente fallito. Però ci sarebbe bisogno di fare nation building. Questo ancora però non si intravede in Libia.

Perché la situazione in Libia ci riguarda direttamente?

Il «97% delle persone arrivare in Italia e salvate vengono dalla Libia», parola del Ministro degli Interni, Marco Minniti . Una Libia che resta «fragile e instabile», mentre c’è ormai «un nesso evidente tra la stabilizzazione della Libia e la lotta ai trafficanti di esseri umani che hanno bisogno di situazioni fragili per poter operare», ha sottolineato Minniti. «Per noi resta cruciale e di interesse strategico che la Libia resti unita e sia stabilizzata». E su questo obiettivo l’Italia ha portato avanti il suo impegno in termini sia di politica estera che militare legata indissolubilmente agli interessi ed alla sicurezza nazionale della Repubblica Italiana.

Per quanto riguarda i nostri interessi, si sottolinea che ad inizi di luglio, furono proprio le forze guidate dal generale Haftar (con l’aiuto della Russia) a liberare Bengasi dalle frange jihadiste del Consiglio della shura dei rivoluzionari di Bengasi, gruppo legato ad al-Qaeda.

Sembra che in Libia, dopo i tanti successi, non si possa fare a meno di Haftar…

 

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