Martedì, 16 Luglio 2024


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Le vera riforma della scuola

In un recente articolo sul Corriere della Sera del 2 marzo, il professor Ernesto Galli della Loggia, critica il candidato premier del Pd Walter Veltroni perché nei suoi comizi soltanto ora ha scoperto l’Italia come nazione, e si chiede se l’ex sindaco di Roma conosce le condizioni in cui versa il nostro Paese in particolare il sistema scolastico.

Anche perché è la scuola che rappresenta bene un Paese, ma "a sentirlo ripetere rancide formulette sulla ‘creatività dei ragazzi’, sulla necessità di andare ‘oltre i temi’, per esempio facendo girare agli studenti un film, o altre ‘puttanate’ del genere, come le ha definite Massimo Cacciari, si direbbe proprio di no". Dopo aver rivelato le precarie condizioni in cui versano gli edifici scolastici, Galli della Loggia ha sottolineato che le varie ridicole riforme sono naufragate, proprio per colpa dei pedagogisti di regime convinti che l’educazione e l’istruzione fossero risolvibili essenzialmente nelle tecniche di apprendimento.

Si tratta dei cosiddetti 60 saggi che ogni volta che si mette mano alla riforma della scuola sono tirati fuori come da un cilindro per vendere le loro certezze e scorciatoie facilistiche, le mode lessicali, gli slogan e i riti autoreferenziali. Occorre abbandonare i loro dogmi e tabù, la loro pedagogia progressista che ha imperversato negli ultimi quarant’anni. Bisogna fare quello che hanno fatto negli Stati Uniti, quando s’incominciò a riflettere sui danni che avevano provocato le ricette degli "Educrats", i "Pedagograti" sul loro sistema scolastico, li hanno abbandonati.

I pedagocrati sono presenti anche in Italia, dobbiamo liberarci di questi "maitre a’ penser", "occorerebbe in primo luogo cacciare via i nostri ‘pedagocrati’, gli apostoli delle inutili tassomanie di Bloom, emanazione in ambito pedagogico della ormai dimenticata e fallita ‘programmazione’ economica degli anni 50, i sostenitori di pseudoscientifici metodi di apprendimento, di docimologie raffinate che spesso valutano percorsi disciplinari inconsistenti e culturalmente depauperati, di processi cognitivi, di ‘saperi’, moduli, unità didattiche, assi e altro abbrutente ciarpame linguistico". (Sismonde de Sismondi, Prima riforma della scuola: cacciare i "pedagocrati", 26.2.08, Legno Storto).

Occorre operare una radicale semplificazione, un’adesione alla realtà dei fatti, che consente di capire quali sono gli obiettivi che ogni scuola d’ogni grado si propone. "Ad esempio, si dovrebbe dire che alle scuole elementari si impara a leggere e scrivere e a far di conto, si apprendono i primi rudimenti della storia e della geografia. Per ‘conoscenza della geografia’ si dovrebbe chiaramente intendere ‘saper leggere una carta geografica e sapervi riconoscere i principali stati, i diversi continenti e i loro caratteri (confini, popolazione, lingua, storia, economia)". Al contrario basta parlare di fantomatici processi cognitivi, di generiche ‘produzioni letterarie’ in cui si privilegia il semplice atto di scrivere qualcosa, significa stendere sulla realtà della scuola un velo di confusione e di menzogne che, di fatto, impedisce ogni seria opera di riforma, eccetto l’aumento di frustranti pratiche burocratiche e una costosa produzione di insignificanti pagelle, pagellini, documenti. (Ibidem)

Solo così chiunque potrebbe capire cosa sa il proprio figlio, e quindi la qualità della scuola che frequenta, senza la necessità di doversi destreggiare tra esoteriche griglie valutative ed esibizioni parolaie di vuoti frasari psicopedagogici.

Per decenni la pedagogia dei pedagocrati ha teorizzato l’insegnamento di metodi di apprendimento indifferente ai contenuti. A scuola invece si debbono imparare dei contenuti.

Qualche anno fa una dirigente scolastica sostenne che in un anno si poteva insegnare soltanto un’unità didattica di Storia sugli esquimesi, l’importante era far capire il metodo storico agli alunni, non serve conoscere i fatti e gli eventi storici, sosteneva la presunta educatrice.

"Educare invece significa guidare una persona a capire il significato della realtà che lo circonda. Tutto ciò è anni luce lontano dalla semplice acquisizione di un repertorio di anonime tecniche conoscitive indifferenti ad ogni tipo di valore o contenuto".

Tra l’altro un Paese che riduce la sua educazione soltanto a queste tecniche conoscitive e non comunica il valore della sua storia e di ciò che fonda la sua stessa esistenza, non può nemmeno definirsi tale e quindi non ha nulla da trasmettere.

Alessandro Pagano

Domenico Bonvegna

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