Domenica, 26 Maggio 2019

 

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Lunedì 13 Maggio, con il Ministro Marco Bussetti e i maestri ed insegnanti cattolici per il 75’ della loro fondazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Sant’Agostino, nel dialogo “De Magistro” scritto per il figlio, osserva che si va dai maestri non per sapere ciò che pensano su questo o quell’argomento, ma per conoscere la verità. Il fondamento del nostro sapere non sono dunque i maestri, ma la realtà stessa, una realtà che essi ci aiutano ad accostare e comprendere.

Chi insegna non è allora padrone della nostra conoscenza, ma collaboratore della nostra saggezza: ci conduce per mano, con i suoi discorsi, a incontrare la verità delle cose.

La notazione di Sant’Agostino può aiutarci a capire meglio anche il rapporto tra genitori e figli.

La mentalità corrente infatti riduce sempre più questo rapporto a un rapporto di produzione: il figlio è un prodotto del fare di altri uomini, e come tale può essere gettato là dove è di ostacolo o non è “riuscito bene” (aborto), lo si può escludere come prodotto non voluto (contraccezione), lo si può fabbricare là dove non c’è (ingegneria genetica), magari solo per usarlo come insieme di pezzi di ricambio biologici… Conviene notare, a  questo proposito, come i termini stessi di ingegneria genetica, fecondazione artificiale, utero in affitto, siano tratti dal mondo delle cose, e non richiamino affatto rapporti personali.

Una tale mentalità fa consistere la vita di ogni uomo che viene in questo mondo solo sulle esistenze che lo precedono: il senso della vita di ciascuno non è altro che il fare di chi lo ha generato.

Si tratta, — è evidente, — di un rapporto di dominio assoluto, di violenza, in cui non c’è spazio alcuno per la libertà. Al contrario, l’’osservazione di Sant’Agostino, se applicata al rapporto generazionale, ci impone di andare oltre questa mentalità, di non ridurre il senso della vita umana alla sua origine biologica.

Dobbiamo superare questa riduzione della persona a prodotto di una serie di meccanismi biologici.

Occorre costruire cammini di liberazione dalla violenza dell’evoluzionismo materialistico, dell’agnosticismo e del naturalismo: solo la verità rende liberi.

Compito dei genitori non è dunque quello di ridurre a sé il senso della vita dei figli, facendo così loro violenza; essi devono piuttosto accogliere in trasparenza la paternità divina, che si annuncia nel loro essere padre e madre a livello biologico, a livello educativo e a livello religioso.

A volte studiare le etimologie delle parole serve a comprendere meglio le realtà di cui ci parlano: è certo questo il caso delle parole autorità ed educazione.

Autorità deriva dal verbo latino “augere”, che significa far crescere. L’’autorità è dunque la capacità di far crescere.

Educazione deriva invece dal latino “educere”, che significa condurre fuori. L’educazione è allora il processo con cui si fa crescere (augere) secondo la natura di ciò che cresce: si cava,  in altri termini, ciò che già c’è, ma allo stato potenziale.

Autorità ed educazione hanno dunque la loro collocazione originaria tra i viventi, dove ci possono essere nascita, sviluppo e crescita, così come involuzione, stasi e morte. Allora nell’essere padre e madre incontriamo il luogo primario dell’’autorità e del compito educativo: essi sono infatti i primi a dover rispondere all’appello del bambino che chiede di essere aiutato a crescere, di essere educato; per questo l’autorità è innanzitutto servizio ai piccoli.

Far crescere, ma in che senso? La crescita infatti ha senso solo rispetto a un progetto, rispetto a un modello guardando al quale si può dire se ci si avvicina a essi o no. Ugualmente, educare ha senso solo se si sa che cosa va tirato fuori e che cosa, eventualmente, no.

Un mondo che nega l’esistenza di una verità sull’uomo, di un fine per cui l’uomo esiste rispetto al quale egli può essere giudicato buono o meno non può conoscere né l’autorità né l’educazione. Esso conosce solo il potere cioè la capacità di far qualsiasi cosa, il cui modello supremo è il denaro, che rappresenta il potere senza alcuno scopo e l’istruzione, una sorta di addestramento per l’animale uomo.

Il compito originario di ogni riflessione razionale già scritto sul tempio di Apollo a Delfi, diceva “conosci te stesso!”, imponeva cioè di cercare la verità sull’uomo, quella verità rispetto alla quale solo è possibile far crescere ed educare.

La modernità che nega all’esistenza umana alcuno scopo, fino a ridurla a un inutile passione ha rinunciato a tale compito, abbandonandosi al puro potere.

L’’attività educativa è certamente un attività che richiede grande equilibrio, e un’’attenzione continua e contemporanea ad aspetti diversi. L’attenzione più decisa all’’uno o all’’altro di essi ha caratterizzato scuole e orientamenti diversi nella pedagogia.

Il primo polo è costituito dalla verità. Ogni educazione deve essere orientata alla verità: alla verità del modello proposto a chi viene educato, alla verità degli insegnamenti impartiti.

È noto però che, se tutti gli insegnanti di matematica sanno come si risolve un equazione di primo grado, non tutti lo insegnano nello stesso modo, ma alcuni lo insegnano meglio (e prima, e in modo che chi apprende lo faccia senza fatica) e altri peggio. Alla fine ciò che viene insegnato – come si risolvono le equazioni di primo grado – è appreso, ma le modalità di insegnamento possono essere molto diverse; questo è il secondo polo: il metodo. Il metodo è la via che ci conduce alla meta che ci siamo prefissi di raggiungere, e – come tutte le strade – può essere breve o lunga, sicura o pericolosa, stretta o larga, facile o ardua…

Se il primo polo ci ha indicato quale debba essere la meta di ogni educazione, e il secondo ha richiamato l’attenzione sul cammino da percorrere per raggiungerla nel modo migliore (e dunque anche nel modo “più vero”), il terzo sottolinea che la strada è percorsa, e la meta raggiunta, da qualcuno: chi viene educato. La sua vita intera, con tutte le sue dimensioni corporea, psicoaffettiva, intellettiva, volitiva e spirituale, viene coinvolta nell’atto e nel processo dell’’educazione.

Se il metodo deve essere la via migliore per condurre alla meta, deve essere la via migliore per qualcuno; se la meta è Milano, la via migliore per raggiungerla è l’’Autostrada del Sole, se sono a Roma, ma è la Via dei Laghi se sono a Como. La verità sul metodo è allora indicata non solo dalla verità della meta, ma anche dalla verità su chi la deve percorrere.

 

“Al contrario della mia generazione, quella attuale non è più curiosa: i giovani oggi chiedono di avere tutto a portata di mano, e non vanno a cercare ciò che non viene loro offerto direttamente e senza fatica.

Il gioco è per il bambino un luogo ricchissimo di occasioni per crescere e migliorare.

Innanzitutto: nel gioco il bambino impara a stare con gli amici, a dialogare con gli altri, a stare in società. Ma questo stare insieme non è uno stare insieme generico, ma secondo alcune regole, che insegnano al bambino che si sta bene con gli altri solo nella lealtà e nella verità. Tant’è che se uno dei giocatori non le rispetta, “non sta al gioco”, non si può più giocare. Non ci si diverte più.

Sì, perché questo stare insieme è caratterizzato essenzialmente dalla gratuità: unica sua ragione è stare bene, essere felici, rallegrarsi gli uni degli altri, crescere insieme.

E il giocattolo serve, in tutto questo gioco di crescita, ad aiutare il gioco: esso non è, né mai può essere, il gioco stesso. Senza la fantasia e la creatività del bambino il giocattolo non può essere gioco, con queste, anche un vecchio giocattolo diventa nuovo.

Di più: il giocattolo non può mai sostituire gli altri giocatori; anche quando il bambino gioca da solo, gioca sempre con altri: nel desiderio e nella fantasia altre persone sono con lui. Del resto, basta osservare il fatto che il bambino che gioca parla sempre, anche quando è solo.

Il giocattolo tende a sostituirsi al gioco: giocattoli sofisticatissimi giocano con un bambino che anziché essere il creatore, l’animatore del gioco, ne diventa solo un possibile “utente”, un semplice “operatore”.

Anziché stimolare intelligenza e inventiva, questi giocattoli le riducono, la loro complessità è tale che al bambino non rivelano nulla: egli non può smontarli e rimontarli esercitando così la sua capacità di scoprire e di capire. E siccome ci prova lo stesso, allora li rompe. E ne vuole altri, sempre nuovi e diversi e più numerosi.

La vera novità non è più il suo entusiasmo, la sua fantasia, la sua capacità di capire e di inventare, la sua voglia di crescere bene con gli altri, ma il giocattolo stesso.

Un nuovo giocattolo è allora la controparte di un bambino che rischia di diventare già vecchio…

Queste potrebbero sembrare riflessioni lontane dal tema della Scuola, Stato e cittadinanza attiva. Ma ritengo ne siano invece le premesse. Perché solo una profonda rimeditazione su alcuni punti fermi circa l’educazione può essere caparra di partecipazioni profondamente umane, autentiche e non solo di facciata e mai interiorizzate.

@alepaganotwit

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