Martedì, 18 Giugno 2019

 

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Immigrazione - Questo buonismo genera razzismo e nuova povertà

Le stime economiche e il confronto con gli altri paesi europei ci dicono chiaramente che abbiamo bisogno di due-tre milioni di nuovi immigrati nei prossimi decenni. Ma, come qualsiasi risorsa, anche l’immigrazione deve essere gestita con intelligenza e cautela.

Tanto più che i migranti mal arrivati e peggio inseriti rischiano di generare pericolose conflittualità interne alle strutture sociali di ciascun paese di destinazione. Per questo, la via scelta dal governo di Romano Prodi, con lo smantellamento per decreto della Legge Bossi-Fini, la regolarizzazione massiccia dei clandestini presenti nel territorio e la concessione della cittadinanza a chi è già in Italia, è quella più sbagliata. Un ritorno ai cattivi vizi del passato.

Dal punto di vista economico-demografico è significativo un dato: nell’Unione Europea l’Italia, ancora oggi, è l’ultimo dei grandi paesi per numero di immigrati non europei accolti ogni anno (6,5%). La principale destinazione è la Germania (38%), seguita dalla Francia (20,7%) e dal Regno Unito (11,1%).

In parte questo spiega i ritardi di crescita economica del nostro paese: buona immigrazione, infatti, significa capitale umano che lavora, accelera lo sviluppo, consuma, crea impresa e ricchezza. Soprattutto, la grave crisi demografica che sta attraversando l’Italia – come il resto dell’Europa – può essere al più presto compensata dall’arrivo di nuovi migranti che permettano all’economia di restare competitiva e al welfare e al sistema pensionistico di rimanere sostenibili nel lungo periodo. I nostri – troppo pochi – figli e nipoti non bastano per mantenere tassi di crescita dell’economia adeguati e non saranno in grado di pagare le pensioni dei nostri molti anziani.

Tuttavia, rispetto agli altri paesi europei, negli ultimi decenni l’Italia ha intrapreso il percorso sbagliato: quello di accumulare quasi esclusivamente "cattiva immigrazione da offerta", le centinaia di migliaia di persone che sbarcano sulle nostre coste, indipendentemente dalla loro formazione professionale, dalla loro età dalla loro condizione familiare, alla ricerca di un lavoro qualsiasi in un supposto Eldorado europeo.

Data la struttura di questo tipo di immigrazione, l’attuale politica finisce per generare gravi tensioni sociali e conseguenti rigurgiti di tipo razzista. In sostanza, sulla popolazione indigena (i cittadini italiani), si scarica solo l’impatto dei costi (criminalità, scarsa integrazione, welfare), senza che si vedano i benefici (minor costo del lavoro e maggiore produttività).

A tutto ciò dobbiamo aggiungere gli altissimi costi per il contribuente di una politica repressiva: se controllare una frontiera, già di per sè, è molto oneroso e non serve a contenere l’immigrazione clandestina, controllare il Mediterraneo è assolutamente impossibile.

Questi sono gli effetti dell’immigrazione da offerta, subìta, cui hanno contribuito in modo determinante le politiche delle sanatorie del passato e, ancor di più, l’ultima regolarizzazione di 350.000 clandestini extracomunitari contenuta nel Decreto Ferrero del 21 luglio scorso.

Bene ha fatto l’Europa a richiamare all’ordine il governo di Romano Prodi: chiedendo di verificare "una a una" le richieste di regolarizzazione, il commissario responsabile della giustizia Franco Frattini ha ricordato all’Italia che è un paese parte dell’area Schengen, in cui le sanatorie sono assolutamente vietate. Anche perché l’effetto di queste misure di condono è di moltiplicare il rischio di sbarchi clandestini sul Vecchio continente.

Non è un caso se, appena annunciato il decreto, c’è stata una nuova recrudescenza degli arrivi di disperati sulle nostre coste: i trafficanti di esseri umani conoscono bene le leggi dei diversi paesi europei e scelgono le rotte delle loro destinazioni in funzione delle norme più lassiste. La regolarizzazione di oltre 700.000 clandestini in Spagna è stata all’origine dei drammatici sbarchi nelle isole Canarie e degli assalti alle enclave di Ceuta e Melilla. A forza di sanatorie, Italia e Spagna sono diventate le piattaforme da cui transitano i clandestini provenienti dall’Africa per recarsi in altri paesi europei. E questo l’Europa non lo permette.

Come nel resto d’Europa – e questo era l’obiettivo della Legge Bossi-Fini – l’Italia deve cambiare radicalmente rotta e passare dall’immigrazione da offerta, a quella da domanda (le centinaia di migliaia di lavoratori specializzati non europei, che oggi non possono entrare in Italia perché il fenomeno è gestito dalle mafie dell’immigrazione).

Immigrazione da domanda significa passare dall’attuale sistema di non controllo del fenomeno, salvo poi regolarizzare ex post, ad una pianificazione ex ante della quantità e della qualità della forza lavoro di cui il nostro paese necessita.

La predeterminazione di quote di ingresso diventa così uno strumento essenziale, la cui logica deve essere strettamente correlata al mondo dell’impresa e ai progetti industriali di medio-lungo periodo. Per fare questo, però, è necessario che il governo apra a "quote selettive" di lavoratori specializzati che possano integrarsi nel nostro sistema economico e produttivo.

Per questa via, gli immigrati specializzati possono essere ampiamente accettati socialmente e politicamente, in quanto "funzionali" allo sviluppo di singoli territori ed economie di destinazione, e in grado di finanziare il welfare e i beni pubblici che utilizzeranno. Oggi l’Italia ha bisogno di ingegneri indiani e di idraulici polacchi, non di disperati che sbarcano sulle nostre coste e rischiano di alimentare la delinquenza e la miseria. L’Italia, come sta cercando di fare il resto d’Europa, ha soprattutto bisogno di passare da un’immigrazione subìta a un’immigrazione scelta. Per il bene di tutti: nostro e loro. Ricordiamolo: il buonismo produce solo razzismo.

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