Lunedì, 16 Maggio 2022


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Beni culturali e identità locali: "La difficile via allo sviluppo sostenibile"

Beni culturali e identità locali: "La difficile via allo sviluppo sostenibile"

Intervento dell'on. Alessandro Pagano alla presentazione del libro di Ignazio E. Buttitta, "SUTERA: Religiosità popolare e lavoro tradizionale"

E’ ormai dagli anni ‘90 che in Sicilia si è tornati a discutere su come tutelare i beni culturali, a favore di chi e con l’apporto di quali soggetti, cioè di cosa fare e come fare per la salvezza e la valorizzazione dell’ingente patrimonio culturale isolano. Già allora si cominciò a comprendere che lo sviluppo armonico e uniforme di una società doveva fondarsi sulla più piena scoperta di senso della propria identità storica e sul recupero della memoria, cioè che lo sviluppo economico andava preceduto e accompagnato dallo sviluppo culturale e civile. A queste esigenze si poteva rispondere solo attraverso una ben definita e articolata politica di settore che favorisse e l’accesso materiale ed intellettuale ai Beni Culturali da parte di tutti i cittadini, determinando non solo positivi effetti di natura culturale ma incidendo anche significativamente sulla crescita e diversificazione dei flussi turistici e sull’indotto ad essi connesso con significative ricadute a livello locale.

Da queste premesse deriva tuttavia una duplice, se non divergente, concezione del patrimonio culturale: da un lato esso viene esclusivamente considerato una risorsa capace di soddisfare bisogni di tipo spirituale e culturale, dall’altro se ne esalta la capacità di attivare processi di crescità economica, creare reddito e indurre occupazione.

Giungere a una positiva sintesi operativa tra le due posizioni, ancora oggi ben presenti nell’ampio dibattito intorno alla tutela e valorizzazione dei beni culturali, individuando le strategie e gli strumenti più idonei, è costante oggetto di riflessione, non sempre sostenuta da adeguata preparazione, da parte dell’Assessorato regionale e del mondo accademico e delle professioni.

In effetti mai come negli ultimi anni è di gran moda da parte di architetti, antropologi, sociologi e studiosi a vario titolo, trattare e interessarsi, o far mostra di interessarsi, di problemi inerenti la salvaguardia, la valorizzazione e la fruizione promozione dei cosiddetti Beni Culturali. Affrontare seriamente questo argomento significa anzitutto indicare chiaramente se per valorizzazione si intenda una promozione della conoscenza del valore storico-sociale principalmente rivolta alla comunità che il bene "possiede" ovvero, in assoluta antitesi, la promozione del bene in quanto prodotto da immettere sul mercato turistico. Questo delicato e complesso dibattito, che interessa prioritariamente il cosiddetto turismo culturale, e cui non sono estranee le stesse Istituzioni, prime tra tutte gli assessorati regionali Beni Culturali e Ambientali e Turismo e Trasporti, quando rivolto verso i cosiddetti beni etno-antropologici, materiali e immateriali, è ulteriormente complicato dal giudizio sugli interventi di invenzione/innovazione delle tradizioni operati a vari livelli e da diversi soggetti. C’è, per esempio, chi in maniera più o meno esplicita accredita e sostiene coloro che si adoperano in più o meno raffinate operazioni di rielaborazione della cerimonialità e della musica tradizionale, c’è chi questi interventi respinge, sopratutto quando li vede sollecitati e sostenuti da forze estranee ai contesti locali. C’è chi gode di contaminazioni e mescolamenti, considerandoli il sale della vita (e comunque inevitabili), c’è chi si ostina a credere (a dire il vero una sparuta minoranza) che custodire la specificità culturale (che è tutt’uno con l’identità) e rilanciare la conoscenza e la fruizione delle tradizioni locali, non come risorsa per gli altri ma come risorsa morale per le stesse Comunità che le detengono, sia impresa praticabile.

Le tradizioni popolari ci sono e si vedono. Le feste sopratutto ostentano pubblicamente contenuti e funzioni legate a una visione del mondo agro-pastorale. Eppure la persistenza di questo complesso universo di simboli pare lasciare indifferenti antropologi e istituzioni. Per gli studiosi lo studio del folklore non è più di moda da tempo, lo stesso fascino della ricerca etnologica pare in declino mentre sempre più pressante giunge l’invito a riflettere sui propri errori, sulla validità di ciò che si è fatto correndo il rischio di smarrire i propri soggetti: uomini e culture. Per le istituzioni i prodotti della cultura tradizionale sono una risorsa/prodotto vendibile sul mercato al pari di una architettura, di un quadro, di una spiaggia; e peggio, di un vino, di un olio, di un formaggio (ovviamente tipici).

Sviluppo, tutela, valorizzazione, quando intese e snaturate come parole d’ordine di un nouvelle vague turistico-consumistica e esercitate da istituzioni totalmente indifferenti alla cultura tradizionale e al suo peculiare sistema di valori, rappresentano per il così detto folklore una precoce condanna a morte schiudendo di fatto la via all’appiattimento e all’omologazione, spingendo alla ricerca del "così si fà" e del "così piace".

In questi ultimi anni abbiamo assistito a pessime politiche di tutela, valorizzazione e salvaguardia proposte da chi non conosce (o addirittura disconosce) la ricchezza e l’importanza della cultura tradizionale. In tal modo si è finito per trasformare il "folklorico" in folkloristico, lo "specifico" in tipico, "l’identità" e la dignità in prodotti. La malintesa politica di valorizzazione di diversità e peculiarità locali ha spinto taluni all’invenzione del prodotto e della tradizione, alla mistificazione e mercificazione della propria storia e della propria cultura.

Mario Arcaro (1999), sulla scorta di Heidegger ha osservato che "Non ci è indifferente –e non potrà mai esserlo– la contrada dove siamo stati gettati. Il nostro Io si forma e si struttura grazie ad abitudini che si acquisiscono sulla base dell’ethos, cioè del sistema dei valori e dei modelli di comportamento della comunità dove ci è toccato nascere. Proprio per questo è salutare reagire ai processi di omologazione, di standardizzazione, di omogeneizzazione, che accompagnano la globalizzazione del mondo, contrapponendo a essi la rivitalizzazione delle culture locali, la riscoperta e la reinvenzione delle "radici storiche comuni", la riaffermazione delle proprie identità collettive". Una reazione "intelligente", quella proposta da Alcaro. Egli è ben consapevole che rispetto a tali tradizioni non bisogna "assumere l’atteggiamento folcloristico della salvaguardia del pittoresco", e che non "occorre conservare, come in un museo, sopravvivenze arcaiche, né ancora che bisogna preservarle da contaminazioni moderniste". Piuttosto, ciò che appare necessario è lasciare le tradizioni "alle loro dinamiche naturali, alle interazioni col mondo della vita odierna, agli incroci spontanei con gli eventi e i processi del presente". Ciò che va assolutamente evitato è infine "che tali dinamiche siano stravolte con l’introduzione forzata di modelli altri, con l’imposizione di standard che sradicano e annientano le identità, con categorie e norme tratte da contesti culturali estranei".

Assumendo le osservazioni di Alcaro come orizzonte di riferimento possiamo affermare che l’obiettivo primo che deve esere sinergicamente perseguito da Amministrazioni e Istituzioni pubbliche, Università, Associazionismo privato, Comunità municipali è quello della riqualificazione del sistema di valori che caratterizzava le società tradizionali. Ciò non significa nostalgica adesione e appiattimento sul passato, ma assunzione critica della propria storia e della propria memoria culturale in quanto contenitori di risorse essenziali a definire la propria identità e ad affrontare con dignitosa consapevolezza le sfide del futuro. Solo una piena autocoscienza identitaria fondata sulla certezza di essere portatori di un patrimonio valoriale coerente e storicamente consolidato può costituirsi come punto di partenza per la realizzazione di progetti di sviluppo organici e sostenibili dalle comunità e dal territorio.

Ciò significa che le azioni di promozione e i progetti di sviluppo a qualunque livello, per essere realmente efficaci nel lungo periodo e potersi organicamente inserire nel territorio e nelle società locali devono tenere nel giusto conto la tradizione culturale e le modalità storiche di uso del territorio. Solo in tal senso possono essere giustificate le iniziative rivolte alla riscoperta e alla valorizzazione della cultura tradizionale oltre che del patrimonio storico-culturale: archeologico, architettonico e, artistico, ambientale.

A questa prospettiva sembra avere pienamente aderito la comunità di Sutera, avviando un organico e coerente progetto volto al recupero della Memoria e alla valorizzazione del proprio patrimonio storico-artistico, etno-antropologico e ambientale attraverso molteplici iniziative tra le quali può ben annoverarsi il presente volume. Tra queste merita anche di essere segnalato il Presepe vivente, non a caso recentemente iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali della Regione siciliana. Questa interessante iniziativa che come primo merito ha quello di nascere dal basso, cioè da un volontà condivisa e partecipata da tutta la comunità, si configura come la sintesi e il coronamento di uno sforzo complessivo di riscoperta della propria memoria rurale e quindi di riaffermazione della propria specificità identitaria. Rianimando periodicamente l’antico quartiere del Rabato, di mestieri, di suoni, di odori e di sapori antichi, i suteresi riscoprono le ragioni stesse del loro essere nel mondo, ritrovano le radici prime del loro sistema di valori, riconquistano la propria dignità di uomini eredi di un inestimabile passato proponendone la condivisione ai numerosi visitatori che ogni anno accorrono numerosi. Per far rinascere una comunità non è cosa da poco!

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