Lunedì, 16 Maggio 2022


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Etica e Politica

 ETICA E POLITICA

Organizzato da ISAS (Istituto di Scienze Amministrative e Sociali)

Intervento dell’On. prof. Alessandro Pagano nel corso "Agente dello Sviluppo di Comunità"

 In questo intervento, dal tema quanto mai suggestivo e attuale, desidero portare la mia esperienza personale di uomo politico, i punti di riferimento che mi hanno accompagnato, il mio pensiero, le strutture con le quali affronto la vita politica.

Vorrei aprire questo intervento ponendo un interrogativo, che sarà poi il centro attorno al quale ruoterà tutto il discorso: che cos’è l’etica?

Oggi più che mai si sente parlare di etica, dalle testate giornalistiche ai talk-show televisivi, ma nessuno si pone realmente l’interrogativo su cosa l’etica sia. Mi soffermerò sulla questione riguardante la possibilità di agire politicamente avendo come punto di riferimento una morale oggettiva, e inoltre tratterò di alcuni aspetti che riguardano il sempre più dilagante disinteresse nei confronti di tutto ciò che riguarda la politica.

Il termine etica deriva dal greco έθος, e riguarda la condotta umana, l’insieme delle norme che disciplinano l’agire dell’uomo. Parlare di etica oggi, nella società contemporanea, significa toccare argomenti di estrema delicatezza, quali l’aborto o l’eutanasia, che inevitabilmente rimandano alle attuali questioni bioetiche.

L’etica può essere definita come l’insieme dei valori che caratterizzano una società, valori e norme che determinano i comportamenti dell’uomo. Nell’ambito della politica, che riguarda l'arte di governare lo Stato, la questione etica riveste un ruolo di fondamentale importanza, poiché qualsiasi decisione politica è il frutto di una particolare scelta che racchiude in sé le strutture etiche (o ideologiche) di chi la compie. La scelta politica è fondamentale al fine di regolare la struttura di uno Stato, dalle piccole cose con le quali quotidianamente ci confrontiamo, come il senso di marcia di una strada, alle cose che riguardano problemi più importanti, le sorti stesse dell’esistenza.

Al giorno d’oggi, la nostra legislazione è tutta improntata contro la vita, fautrice di una cultura della morte diffusa sotto un profilo culturale e politico.

La legge è il frutto di una scelta tradotta in un insieme di provvedimenti contenenti delle regole che presuppongono l’osservanza, nei luoghi dove queste vengono applicate. La legge, oltre al fatto di esigere l’osservanza, include anche la funzione di orientare: le leggi orientano nei comportamenti, orientano le coscienze, orientano il modo di fare, per cui risulta di fondamentale importanza la scelta una legge, in quanto quella determinata legge verrà a condizionare una comunità. Leggi buone orienteranno verso cose buone, leggi non buone porteranno malessere nella società.

Nella società contemporanea, predomina una sempre più diffusa tendenza che ha allontanato gli uomini dalla politica. Le radici di tale allontanamento, in Europa e in Italia, affondano nel passato: data sintomatica di tale inizio è il 1917, che segna l’instaurazione del regime bolscevico in Russia e la fondazione dell'
Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Dalla rivoluzione bolscevica, si è poi originato un sistema politico identificato nell’ideologia del comunismo, propugnatore di una impossibile uguaglianza rivelatasi successivamente una vera e propria soppressione della libertà, subordinata all’autorità del regime.

Progressivamente, dalla fervente invocazione della politica tipica degli anni delle rivoluzioni comuniste, si è arrivati ad un disinnamoramento quasi totale per tutto ciò che riguarda la politica. Il tramonto delle utopie conseguito dal fallimento dei regimi comunisti, è stato accompagnato dallo scontento popolare che ha visto tradite le proprie aspettative. Questo è stato il primo passo che ha segnato il progressivo allontanamento della gente dalla politica.

La politica è la capacità di operare e di governare in una logica di bene comune, non necessariamente identificabile con l’aspetto partitico. Nell’opinione pubblica italiana si è venuta a creare questa concezione che tende a fare coincidere l’aspetto politico con l’aspetto partitico. Quello che accade in Italia non si verifica in altri Paesi. Il sistema politico statunitense, per esempio, non è costituito da partiti ideologicamente fondati, ma da raggruppamenti esclusivamente elettorali, il partito repubblicano e il partito democratico, che non vengono necessariamente ad identificarsi con la destra e la sinistra italiane.

Per ritrovare la giusta partecipazione, la giusta vocazione alla politica, la sola volontà non può bastare: è necessaria una rivisitazione complessiva, una ristrutturazione del tutto, al fine di superare quelle che fino ad oggi sono state le coordinate volte ad orientare la gente, e abbandonare l’ormai superata concezione partitica caratterizzata dall’ideologia.

Fino a qualche tempo fa, le linee di demarcazione che erano state stabilite dalla Rivoluzione Francese del 1789 e dalla Rivoluzione Bolscevica del 1917 erano abbastanza nette, ma con il passare degli anni si sono verificati alcuni avvenimenti che hanno portato alla nascita della società contemporanea. In Italia, dopo il periodo del Sessantotto, e con il progressivo tramonto dell’ideologia partitica comunista, si è cominciato a profilare uno scenario caratterizzato dal malcontento comune nei confronti della politica. Negli anni ottanta si assiste ad un abbandono della sfera pubblica, in favore di una concentrazione di interessi verso la sfera privata.

Dagli eccessi degli anni Settanta, nei quali si è avvertita una certa esigenza ad impegnarsi in qualche modo nella vita politica, si è passati agli anni Ottanta, caratterizzati dall’abbandono e dall’effimero, dalle ubriacature ideologiche dalle quali si è capito che molte cose andavano cambiate, gli anni in cui la gente ha cominciato ad allontanarsi progressivamente dall’impegno politico, nascondendosi dietro la maschera del divertimento e della spensieratezza.

Sono due gli avvenimenti di notevole importanza che hanno profondamente caratterizzato la società contemporanea: il 1989, anno della caduta del muro di Berlino, che ha simbolicamente segnato l’implosione del comunismo, la fine di un mondo e di un’ideologia non più in grado di produrre idee e sensazioni, e l’11 settembre 2001, giorno dell’attentato alle Twin Towers.

Tutti i politologi sono concordi ad affermare che l’11 settembre 2001 ha segnato un progressivo ed inevitabile cambiamento nella società contemporanea: non si tratta di un cambiamento immediato, percepibile dall’oggi al domani, in quanto i cambiamenti di questa tipologia non avvengono rapidamente, ma nell’arco di un periodo di tempo più lungo, gettando comunque i presupposti per un inevitabile cambiamento del sentire comune della società. L’11 settembre è una data simbolo, un punto di riferimento imprescindibile che ha generato degli effetti culturali che si ripercuoteranno nel corso della storia.

Se è vero che con la caduta del muro di Berlino è finita un’epoca, e anche vero che ne è nata un’altra con gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. Si è infatti originato un nuovo tipo di problematica, che prima non si riusciva ad immaginare: il nemico localizzato e definibile si è dileguato, lasciando il posto ad un nemico invisibile che prende il nome di terrorismo internazionale, che ha come obiettivo quello di sovvertire un ordine, per dare vita ad un nuovo processo basandosi su un fondamentalismo che vuole imporre Dio, per il mezzo di azioni terroristiche.

Dopo l’11 settembre 2001 non si può più parlare di destra e sinistra, ma di Alto e Basso, ovvero del rapporto che esiste o meno con il Trascendente, del rapporto che lega l’uomo a Dio. L’11 settembre 2001 ha posto fine alla società del divertimento e dato inizio ad una società incentrata sulla ricerca dei valori.

Dopo l’11 settembre 2001, la società dovrà scegliere se rifiutare ed emarginare Dio dalla società come vuole il secolarismo, se imporre Dio nella società come la forza e la violenza, come vuole il fondamentalismo islamico, o se scegliere liberamente Dio e realizzare una società a misura d’uomo, fondata sul diritto naturale e su una sana e rispettosa laicità.

Nel suo libro La festa è finita, Marsigli Editori 2006 un opinionista molto famoso in Germania, Peter Hahne ci parla dei Valori, ovvero le linee di demarcazione tra le quali muoversi nella società contemporanea. Sul significato che attribuiamo al termine Valore siamo tutti d’accordo: i valori rappresentano una guida per le scelte umane, gli ideali che guidano l’agire umano.

Il relativismo etico imperante nella società contemporanea, ha stravolto il significato originario dei valori, privandoli della loro carica di assolutezza. In questo contesto, ad esempio, si possono trovare persone che condividono le stesse concezioni su di un determinato valore, mentre altre si riconoscono in concezioni radicalmente opposte. Il relativismo etico è la filosofia imperante della nostra società, secondo la quale ognuno può decidersi arbitro di se stesso e disegnare la società a proprio piacimento. Questo avviene nel momento stesso in cui il trionfo del soggettivismo e dell’edonismo ha decretato la svalutazione della verità in quanto assoluta ed oggettiva in favore di una molteplicità di verità relative.

Il relativismo etico rappresenta la malattia più grave che affligge l’uomo contemporaneo. Egli non è più alla ricerca dell’assoluto e del senso della vita, ma si trova in un continuo peregrinare verso sentieri che conducono alla perdizione. Dostoevskij aveva già previsto che la logica relativistica del «tutto è permesso» avrebbe portato inevitabilmente a conseguenze negative per la società. Se Dio non esiste, infatti, viene a cadere l’ordine morale oggettivo sul quale regge il mondo, e il tutto viene sostituito da un politeismo etico – il dio denaro, il dio divertimento, il Dio io etc.

Allora qualsiasi cosa è possibile, in quanto non esistono vincoli da rispettare e l’uomo può arrogarsi il diritto di poter compiere qualsiasi scelta, senza avere un punto di riferimento oggettivo che possa orientarlo, un bagaglio di valori che sia principio ispiratore delle proprie decisioni. Se Dio non esiste tutto è permesso, allora l’uomo può compiere anche il più misero delitto, se questo può in qualche modo realizzare la propria idea.

L’espressione che meglio interpreta che cosa sia il relativismo etico è quella secondo la quale «non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace». Questa è la frase banale che i bambini cominciano a pronunciare dalle scuole elementari, un’espressione preconfezionata che incarna una relatività assoluta. Questa frase mette in luce la relatività della bellezza: non esiste il bello oggettivo, ma è bello ciò che piace a me, un bello relativo appunto.

I processi di secolarizzazione passano attraverso questa visione del mondo: ognuno nel mondo è libero di fare quello che gli pare dimenticando che la libertà di qualcuno si infrange quando incontra i diritti di qualcun altro. I diritti propri, infatti, sono sempre in relazione con i doveri degli altri e viceversa. Sul tema della libertà, invece, mi permetterò di citare alcune fonti che la pensano diversamente rispetto al pensiero unico attuale: una di queste è l’enciclica Evangelium Vitae, di Giovanni Paolo II.

Nella Evangelium Vitae la vita cristiana è vista anche e soprattutto da un punto di vista sociale;l’interazione con gli altri, nel mondo, la volontà di portare nella società la parola e la testimonianza di Cristo, la capacità di vivere in una società a misura d’uomo, in una società ordinata, è precetto della vita cristiana. Il Cristianesimo racchiude la capacità di avere un riferimento chiaro con il Trascendente, che trova un’applicazione costante e quotidiana nella società.

E’ operazione di buon senso lavorare affinché in comunità non regni il caos ma la pace e l’ordine. Ma cos’è la Pace? Se si intende per Pace, il contrario della guerra siamo fuori strada. Se la Pace è invece ciò che intende Agostino d’Ippona e cioè tranquillitas ordinis allora nella nostra società si devono realizzare le condizioni affinché la felicità, lo stare bene con se stessi e con gli altri possano essere raggiunti in maniera naturale.

Questo può avvenire soltanto se si mettono in pratica delle scelte sociali che siano coerenti, e che facciano camminare di pari passo democrazia e moralità. Il senso della Evangelium Vitae è che non possono sussistere "dei processi democratici senza un reale ancoraggio alla moralità": l’etica vuole motivare le norme morali attraverso la filosofia o la religione; i valori sono la rappresentazione comune di una società, quindi l’etica è la norma – filosofica o religiosa – attraverso cui l’uomo si rapporta con gli altri nella società. L’etica viene a designare l’insieme di regole accettate all’interno di una società e ciò permette di stabilire che cosa sia proibito rispetto a quello che sia lecito.

Al punto 70 dell’ Evangelium Vitae Giovanni Paolo II afferma: «chi ha responsabilità morale deve ambire al bene comune». Uno degli errori che si commettono al giorno d’oggi è quello di pensare che il requisito fondamentale per potere operare nella politica, sia quello dell’onestà. Il mio punto di vista considera questo aspetto come qualcosa di ovvio, direi quasi "lapallisiano". L’onestà per un politico è come respirare per un uomo in vita. L’onestà è il presupposto per la scelta politica, e non può nemmeno sussistere alcuna attività legale che sia esente dell’onestà. A maggior ragione in politica, che è la Responsabilità per eccellenza nei confronti degli altri. Fare politica significa gestire una comunità, essere protagonisti nella società avendo la responsabilità di altri. Solo un saldo ancoraggio alla morale può realizzare ciò. L’individualismo, la cultura relativistica che non ha valori e che non riconosce un ordine morale oggettivo al quale fare riferimento è il vero problema dei nostri giorni in politica. «Comune radice di tutte queste tendenze», continua Giovanni Paolo II nel punto 70 dell’Evangelium Vitale «è il relativismo etico che contraddistingue tanta parte della cultura contemporanea. Non manca chi ritiene che tale relativismo sia una condizione della democrazia, in quanto solo esso garantirebbe tolleranza, rispetto reciproco tra le persone, e adesione alle decisioni della maggioranza, mentre le norme morali, considerate oggettive e vincolanti, porterebbero all'autoritarismo e all'intolleranza».

Nella società contemporanea continuano a compiersi crimini altrettanto gravi in nome di presunte verità relative, come può avvenire con la decisione intrapresa da una risicata maggioranza politica di voler sopprimere una vita umana non ancora nata. «In realtà, la democrazia non può essere mitizzata fino a farne un surrogato della moralità o un toccasana dell'immoralità. Fondamentalmente, essa è un "ordinamento" e, come tale, uno strumento e non un fine. Il suo carattere "morale" non è automatico, ma dipende dalla conformità alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento umano, deve sottostare: dipende cioè dalla moralità dei fini che persegue e dei mezzi di cui si serve». La democrazia non è l’obiettivo, ma lo strumento per il conseguimento dell’unico fine che è il bene comune. A tal proposito è indispensabile la rappresentazione del bene comune, che è inscritto nel cuore di ogni uomo.

Per esempio, per quanto riguarda la tematica dell’aborto, ormai nessuno può mettere in discussione che l’embrione umano è Vita umana sin dal primo istante della sua formazione. Perché allora sopprimere una vita innocente? Abbiamo noi il diritto di decidere nei confronti del più inerme, del più debole, di colui che non può nemmeno difendersi? È evidente che stiamo parlando della vita umana, eppure questa nostra democrazia, che non sa difendere i più deboli, ha creato delle condizioni culturali tali che la vita è regolarmente rifiutata.

Nell’Evangelium Vitae Giovanni Paolo II, parla di un "totalitarismo subdolo" che, dietro la maschera della democrazia, continua a mietere vittime innocenti: se lo Stato emana una legge in favore dell’aborto, l’opinione pubblica, facile bersaglio della cultura relativistica, è portata a credere che in effetti l’aborto sia una cosa giusta, visto che sono stati promulgati dei provvedimenti che ne legittimano in qualche modo la pratica. Si finisce così con il condizionare psicologicamente quei soggetti che non posseggono una propria autonomia culturale.

Fare politica nel senso più alto del termine risulta di fondamentale importanza riguardo le decisioni da prendere, e questo è attuabile facendo delle scelte legate a degli aspetti ben precisi. Oggi è necessario che si cominci a ragionare con una nuova mentalità, una mentalità che si faccia portatrice di un "pensiero forte" e che non sia vittima dei totalitarismi mascherati da democrazia, ma che possa essere uno strumento propositivo per il benessere comune della società.

In Olanda, ad esempio, dove questa cultura del relativismo è maggiormente diffusa, viene distribuita una dichiarazione notarile riguardante la propria volontà di morte. Già tre anni dopo la tanto osannata legge sull’aiuto alla morte, l’eutanasia, di cui oggi si comincia a parlare anche in Italia, si sono drammaticamente avverati i peggiori timori: un numero sempre maggiore di persone anziane muore per mano di un medico, il più delle volte per il desiderio di parenti ed eredi.

L’obbligo di denuncia viene semplicemente ignorato e i criteri dell’eutanasia vengono interpretati generosamente, per cui anche l’uccisione di un paziente malato di Alzheimer allo stadio iniziale della malattia diviene possibile. Per quanto possa suonare macabro, in Olanda non si è più sicuri della propria Vita. Si è infatti arrivati alla terza legge sull’eutanasia, nella quale vengono coinvolti anche i bambini di età inferiore ai 12 anni, la cui volontà viene espressamente decisa dai genitori. Nell’anno 2005 sono state soppresse tramite eutanasie ben 900 bambini.

Dalla concezione fondamentale di vita, che è un continuo decidere di se stessi, si è arrivati al punto che debbano essere gli altri a decidere per la propria vita. Non solo, se si osservano le argomentazioni i motivi e la propaganda con cui Hitler impose l’eutanasia si scoprirà che la parola d’ordine, i concetti e gli esempi utilizzati dalla lobby favorevole all’eutanasia sono molto simili a quelle utilizzate dai medici nazional-socialisti.

Prendendo spunto dal libro di Peter Hahne, condivido con l’autore la necessità di riportare Dio nella società e nella politica. E’ necessario fare ritorno a quei valori che la società del divertimento non ha voluto fare propri. Solo in questo modo sarà possibile un positivo rinnovamento della nostra società, ormai sull’orlo del baratro. È necessario che la società e gli uomini che ne fanno parte si riapproprino di quelle speranze che ne consentiranno la sopravvivenza, contro una società e un’umanità vittime della cultura del relativismo.

È necessario ritrovare il criterio di misura in base al quale tutto deve potersi giudicare, giacché quando Dio viene messo in secondo piano è l’essere umano a prenderne il posto: se il punto di riferimento non è più Dio, perché è stato rovesciato in favore di una molteplicità di divinità senza fondamento, allora è l’uomo stesso che prende il sopravvento, arrogandosi il diritto di giudicare le proprie azioni, che deciderà della vita e della morte propria e del suo Prossimo. Se il parametro di giudizio rimane ancorato alla soggettività dell’uomo, allora il mondo è diretto verso la catastrofe; se il parametro è l’oggettività di Dio, allora il mondo potrà salvarsi. L’uomo non può agire in solitudine senza il bisogno di Dio. Aut-Aut. O Dio, o il caos. O esiste Dio come punto di riferimento, oppure il caos dissolverà l’uomo e il mondo e non vi sarà più nessuna speranza per vivere, perché la cultura della morte avrà così trovato il suo pieno compimento. Ascoltate cosa disse nel 1939, contro la legge sull’eutanasia voluta dal nazismo, l’allora Vescovo di Munster Augusto Von Golen "se anche per un'unica volta accettiamo il principio del diritto ad uccidere i nostri fratelli improduttivi allora in linea di principio l’omicidio diventa ammissibile per tutti gli esseri umani. E’ impossibile immaginare quale abisso di depravazione morale e di generale diffidenza persino nell’ambito familiare toccheremo se tale orribile dottrina fosse tollerata, accettata, messa in pratica". Sono parole profetiche!

La spasmodica tendenza al divertimento e al consumismo, non sono altro che proiezioni dell’instabilità umana, che vede annebbiato il proprio io, la propria esistenza; l’uomo contemporaneo si rifugia dietro la maschera del divertimento e dell’effimero, perché non sa più guardare con i propri occhi la realtà del mondo. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento dei suicidi, che sono diventati una dinamica della nostra quotidianità, e che senz’altro sono i frutti di un malcontento generale, di una infelicità sempre più diffusa.

La nostra è una società che va ridimensionata, perché inevitabilmente si sta dirigendo verso la dissoluzione. In Italia abbiamo un indebitamento di 25.000 euro cadauno, neonati compresi, e nessuno al giorno d’oggi fa più figli. Le civiltà crollano per motivi demografici: meno figli equivale a dire un aumento della cultura della morte e del sentimento apocalittico collettivo della fine. L’Impero Romano non è certo caduto per l’assalto delle popolazioni barbariche, ma per una implosione interna dovuta alla decrescita di popolazione nel territorio e della caduta verticale dei valori umani. Quando si verificano simili condizioni, è il sintomo che il sistema non riesce più a reggere il peso, perché sta arrivando il collasso finale.

Il nostro Stato non favorisce la cultura della Vita e della Famiglia. La Norvegia, che negli anni 70 aveva un indice di natalità inferiore rispetto a quello dell’Italia, oggi risulta essere al di sopra alla media europea. In questo Paese sono state fatte scelte di politica sociale, favorevoli alla cultura della vita. Esattamente l’opposto, a quanto avviene oggi in Italia. In Norvegia si incentivano le nascite di nuovi figli, e per ogni figlio nato lo Stato eroga reali sostentamenti economici e servizi.

Nel nostro Paese risulta essere oggettivamente impossibile creare una famiglia nei contesti come le grandi città, dove non bastano nemmeno i due stipendi dei coniugi per vivere una vita senza problemi.

Per resistere in una società nella quale predomina la cultura della morte occorre avere un pensiero forte, aggrapparsi a grandi idee, altrimenti si rischia di soccombere, si rischia di fare vincere il più forte. Per attuare quella che definisco una vera e propria rivoluzione occorre partire dalla base, dai figli che sono la nostra speranza, insegnando loro il rispetto dei valori fondamentali dell’essere umano. I bambini sono "contenitori da riempire": se il contenuto che si versa in questi contenitori è buono, allora i figli cresceranno buoni, viceversa succederà se il contenuto è cattivo.

Secondo il mio punto di vista, l’educazione ai valori deve necessariamente iniziare dal rapporto con la Trascendenza di Dio, visto non alla luce di una costrizione o di un vincolo al quale soccombere, ma come la più alta forma di libertà.

La società sta andando alla deriva. Non sussistono le premesse per un ricambio generazionale e contemporaneamente non vengono favorite le condizioni per educare bene le nuove generazioni.

Ma non dobbiamo arrenderci! Dobbiamo essere costantemente propositivi per costruire una società diversa, un modo di pensare diverso rispetto al dilagare della cultura di massa. E per fare questo non dobbiamo pensare a preparare il grande leader. Ognuno deve rimanere con le proprie vocazioni, ma tutti ci dobbiamo impegnare a costruire il buon cittadino. Il buon cittadino che sia un buon padre di famiglia, un buon marito, un buon lavoratore.

L’umanità deve riprendere dalle fondamenta questo sistema che si sta frantumando. Bisogna costruire l’umanità partendo dalla tenera età, come diceva Plinio il Vecchio, perché il carattere dei bambini si forma nei primi anni, anzi comincia già nelle prime settimane di gestazione nel grembo materno. Bisogna gettare le basi affinché il futuro dei nostri figli possa poggiare su fondamenta solide, e sia imperturbabile alle "folate di nulla" che invadono la nostra società. Dobbiamo prestare attenzione ad alcuni aspetti che sono assolutamente irrinunciabili, tra i quali la propria Identità culturale. Proprio su questo precetto si è da sempre fondato il mio operato politico: la valorizzazione della nostra Identità culturale al fine di affrontare con spirito positivo e di rinascita quel futuro che è alle porte e per costruire una società migliore.

Grazie per l’attenzione.

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