Domenica, 22 Settembre 2019

 

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Una testimonianza di Salvatore Falzone in occasione del sessagesimo dalla scomparsa di S.E. Mons. Cataldo Naro

San Cataldo - Comincio questo breve intervento precisando che, a differenza degli altri relatori e di quanti hanno preso e prenderanno la parola stasera, non ho in mano gli strumenti a disposizione per affrontare un aspetto della personalità o dell’attività culturale o pastorale di mons. Naro sotto un profilo specialistico. Gli organizzatori di questo incontro mi hanno invitato a parlare probabilmente perché hanno letto numerosi articoli su mons. Naro, apparsi a mia firma sulle colonne nissene de "La Sicilia" e su quelle palermitane di "Repubblica", non solo in occasione della sua morte ma anche lungo il corso del suo breve episcopato.

Ora, il compito di chi scrive è essenzialmente quello di sforzarsi di osservare e di interpretare ciò di cui scrive per rendere un servizio onesto e qualificato a chi legge. Mi permetto allora di sottoporre alla vostra attenzione – peraltro senza pretesa alcuna di esaustività – soltanto alcuni spunti di riflessione attorno ad un particolare – ma credo fondamentale - aspetto dell’impegno episcopale di mons. Cataldo Naro che mi ha colpito fin dai suoi esordi.

Mi riferisco al travaglio. Mi domando: quello di mons. Naro è stato davvero un episcopato travagliato? E in che senso? L’interrogativo, così formulato, nasce da una frase estrapolata dal discorso di commiato pronunciato da don Massimo Naro al termine dei funerali sancataldesi del fratello Cataldo. Ve la leggo: "…Sì, un episcopato travagliato, come lui stesso mi diceva sempre, confidandomi le sue pene, le sue delusioni, i suoi smarrimenti, insieme però alle sue incrollabili speranze…". E ancora: "Il suo travaglio è ora il nostro travaglio. La sua speranza è ora la nostra speranza…Aldo mi confidava che Monreale aveva bisogno di questo tipo di travaglio e di questa speranza…".

Chi ha seguito attentamente e criticamente l’operato di Cataldo Naro a Monreale (attraverso i suoi scritti e i suoi interventi, ed anche attraverso l’eco che sulla stampa hanno avuto certe questioni da lui ri-sollevate nel tentativo di risolverle) non può avere dubbi: il suo è stato un episcopato travagliato. Io stesso potrei offrire una testimonianza in tal senso. Ma questa non vuole essere una testimonianza. Vorrei piuttosto cercare di far emergere il travaglio di mons. Naro attraverso un ragionamento che attinga non a ricordi personali – miei o delle persone a lui vicine - ma al materiale (cartaceo, audio e audio visivo) facilmente reperibile da tutti. Credo infatti che da questo materiale – di cui riprenderò alcuni brandelli - tutti possano rendersi conto:

  1. dell’esistenza di questo travaglio
  2. della sua natura intesa come fondamento dello stesso
  3. della sua qualità.

Prima però chiediamoci che cos’è in generale il travaglio. Esso è per definizione una "condizione spiritualmente tormentosa" (Treccani) ed è sinonimo di affanno, angustia, ansia, dolore, afflizione, patimento, pena, tribolazione…

Personalmente sono convinto che se si raccogliessero i racconti personali di numerosi testimoni e si leggessero le carte "private" di mons. Naro emergerebbero anche le tonalità più intense del travaglio comunemente inteso (dolore, afflizione, tribolazione…). Tuttavia qui dobbiamo necessariamente restringere l’estensione dell’accezione del termine ai significati di affanno, angustia, ansia: quelli cioè di cui tutti, a mio avviso, possono rendersi immediatamente conto consultando quel materiale cui accennavo prima.

Dalla lettura delle due lettere pastorali ai sacerdoti e ai fedeli della Chiesa di Monreale – Diamo un futuro alle nostre parrocchie e Amiamo la nostra Chiesa – e dalla lettura degli interventi raccolti nell’opuscolo Ministero ordinato e trasmissione della fede e di altri interventi a suo tempo pubblicati sul sito internet della diocesi monrealese - emerge con evidenza innanzitutto l’ "esistenza" di un travaglio. Viene fuori cioè la presenza di un costante e crescente atteggiamento propositivo del vescovo Naro, che è nello stesso tempo sforzo vissuto e richiesto, ansia di comunicare e di cambiare, affanno originato dal rapporto fra volontà decisa di rinnovamento pastorale e consapevolezza lucida della situazione reale.

Questa tensione forte - che ha caratterizzato fin da subito l’esercizio del ministero di mons. Naro e che noi chiamiamo "travaglio" - si configura innanzitutto come presa di coscienza della realtà diocesana monrealese nella sua globalità.

E’ cioè cognizione fredda e disincantata, conoscenza profonda e non superficiale dei problemi, delle carenze, dei limiti, ma anche delle potenzialità e di quanto c’è di positivo nell’arcidiocesi normanna. E tuttavia il travaglio di mons. Naro non nasce da questa consapevolezza, da questa conoscenza di cui si diceva. Nasce piuttosto direttamente dal Vangelo e dalla certezza di mons. Naro che la grazia del sacramento aveva legato la sua vita indissolubilmente al servizio del Vangelo e della Chiesa, soprattutto alla Chiesa particolare di Monreale. Questo è il fondamento primario – cioè la sua natura, che è evangelica ed ecclesiale – del travaglio del vescovo Naro. Travaglio che poi passa necessariamente dalla conoscenza realistica della situazione concreta, osservata ed analizzata con lo stesso rigore scientifico che ha sempre caratterizzato l’attività intellettuale e tutto il servizio da lui reso in seno alla Chiesa fin dal giorno della sua ordinazione sacerdotale.

Credo che sia indispensabile cogliere la qualità squisitamente evangelica di questo travaglio per comprendere a fondo l’impegno di mons. Naro e per evitare di leggere lo stesso impegno con categorie e chiavi di lettura, magari suggestive, ma non certo autentiche.

Il travaglio di mons. Naro nasceva dal tentativo di riproporre in quella porzione di Chiesa che il Signore gli aveva affidato né più né meno l’insegnamento di Gesù di Nazareth. Scriveva infatti nel messaggio della Quaresima del 2004: "non possiamo opporre astio all’astio, offesa all’offesa, maldicenza alla maldicenza, ma dobbiamo rispondere al male col bene, all’odio con il perdono, al rancore con la mitezza, all’invidia con la magnanimità, alla calunnia con la pazienza".

Ebbene, mi sembra di poter cogliere tre nessi importanti dal materiale che ho consultato per costruire questo intervento. Questi nessi emergono con evidenza e sono gli uni complementari agli altri. Il primo nesso è travaglio-preghiera, il secondo è travaglio-speranza-futuro, il terzo è travaglio-dono di sé.

Vediamo il primo. È davvero costante ed insistente il richiamo dell’arcivescovo alla preghiera quale antidoto a tutti quei problemi che sembrano soffocare la speranza di rinnovamento o, meglio ancora, di "conversione". Ed è sempre un richiamo alla preghiera nella sua dimensione corale. Cito a questo proposito due brani. Il primo è estrapolato dalla prima lettera pastorale in cui, dopo aver sottolineato che la formazione dei seminaristi necessita non solo di "formatori all’altezza del loro compito ma anche di spazi formativi adeguati che purtroppo non abbiamo" (i seminaristi erano e sono ancora ospitati in una casa parrocchiale fuori l’abitato di Manreale e non nella antica sede cinquecentesca del seminario monrealese, il palazzo Torres), mons. Naro scriveva: "aiutatemi con la vostra preghiera perché si risolvano le difficoltà che si frappongono a queste nostre attese".

L’altro brano è tratto da un’intervista concessa l’anno scorso ad un’emittente locale. Al giornalista che chiedeva se anche il vescovo avesse momenti di scoraggiamento e se gli fosse capitato di pensare di gettare la spugna, mons. Naro rispondeva testualmente: "Ci sono momenti in cui avverto la fatica enorme del cammino. E non sarei del tutto sincero se dicessi: no, non ho mai avuto un momento di affaticamento o di perplessità. E’ normale, sono un uomo. E tuttavia mi sento come sostenuto come da un coro di preghiere. E credo che il Signore mi darà la grazia e la capacità per superare i momenti di abbattimento che naturalmente come uomo provo nella mia vita".

Intimamente collegata al travaglio di pastore è l’anelito robusto e irrinunciabile alla speranza per quella Chiesa oltre che il dovere di progettare il futuro di essa. Si tratta di una speranza che non è ottimismo. E’ fiducia nel Signore risorto. In questo senso il travaglio di mons. Naro non è mai fine a se stesso. Soprattutto non si ripiega mai su se stesso, ma è sempre orientato verso la speranza e verso la costruzione di un futuro migliore. Anzi, è un travaglio consapevole della necessità dell’esistenza di se stesso proprio in funzione dell’attesa di un domani più luminoso.

Nella seconda ed ultima lettera pastorale scriveva infatti: "Non possiamo continuare a pensare e ad agire, in maniera diffusa, come se la nostra Chiesa locale fosse destinata ad un lento esaurirsi…Se diciamo di amare la nostra Chiesa diocesana, se abbiamo una qualche riconoscenza per la fede ricevuta in essa, non possiamo non sentirci impegnati a preparare il suo futuro. E’ un nostro preciso dovere immaginare il futuro della Chiesa di Monreale…"

E ancora, a proposito del modello di "pastorale integrata", nella prima lettera, dopo aver lamentato la crescente riduzione del numero dei sacerdoti, dopo aver chiesto a ciascun vicariato di vivere in comunione ecclesiale ed unità pastorale, scriveva: "Nutro grande fiducia che ciò possa realizzarsi… La speranza è che per questa via, rispettosa di un corretto rapporto tra comunità ecclesiale e territorio, passino concretamente e gradualmente nella nostra Chiesa la convinzione e la prassi di una pastorale integrata". Più avanti dirà: "E’ il Risorto che chiede di nutrire questa fiducia". Ed ancora: "vi chiedo di fidarvi del vostro vescovo, di contribuire a dare, assieme a lui, un futuro alle nostre comunità parrocchiali, rinnovando la loro capacità di dire il Vangelo agli uomini del nostro tempo e del nostro luogo, in particolare alle nuove generazioni. Vi chiedo soprattutto di avere fiducia nel Signore risorto che, come ha promesso, accompagna la sua Chiesa fino alla fine dei secoli".

Il terzo nesso (travaglio-dono di sé) è in qualche modo sintesi e conseguenza degli altri due. E questo nesso, a differenza degli altri due che interpellano direttamente i sacerdoti e i fedeli tutti della Chiesa monrealese (si pensi alla richiesta di preghiera, alla raccomandazione di sperare e di pensare al futuro della diocesi), coinvolge misteriosamente e necessariamente la sua stessa persona in forza dell’ordinazione presbiterale ricevuta, ma in forza soprattutto di quella episcopale.

In un suo intervento sul ministero ordinato, mons. Naro ebbe a dire che "la dimensione del sacrificio è ineliminabile dalla vita del cristiano…Proprio in una morte sperimentata come consapevole dono di sé trova la sua perfezione l’esistenza cristiana. Ma tale può essere la morte del cristiano – un compimento e non un incidente – se tutta la sua vita è stata un volontario donarsi al Signore e ai fratelli".

Del resto – e concludo - già nel testo di ringraziamento al termine della sua ordinazione episcopale mons. Naro disse che "c’è un nesso misterioso ma ben reale tra la richiesta di un amore più grande e la consapevolezza della fragilità umana (tre volte Gesù fa a Pietro la domanda se lo ama più degli altri come tre volte egli l’aveva rinnegato) e tra l’affidamento dell’ufficio di pascere il gregge di Cristo e la prospettiva della partecipazione alla croce del Signore ("un altro ti cingerà le vesti e ti porterà dove tu non vuoi").

E tuttavia – concludeva il nuovo arcivescovo il 14 dicembre 2002 - resta vero e confortante l’invito di Paolo VI a non temere, un invito che s’accorda con la liturgia della terza domenica di Avvento, che è tutta un invito a gioire perché il Signore è venuto, viene e verrà. Un invito a non temere e a gioire che è, anche, un invito a ricordare."

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