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Crisi: occasione per un nuovo welfare. Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà. Giornate di formazione - Abbazia di Spineto Sarteano (Si). 17 settembre 2009

 

 

GIORGIO VITTADINI, Presidente della Fondazione per la sussidiarietà. Riprendiamo i lavori. Al termine della serata sarà allestito all'ingresso un piccolo buffet di dolci, mentre domani mattina inizieremo i lavori alle ore 9.


In ogni residenza è organizzata la colazione, che sarà accessibile dalle 7,30.

MAURIZIO LUPI, Vicepresidente della Camera dei deputati. A nome di tutti i colleghi parlamentari qui presenti, porgo il saluto a Sua Eminenza il Cardinal Scola, che ringrazio per aver accettato il nostro invito e che accogliamo con un applauso (Applausi). Lo ringraziamo anche per il sacrificio di essere arrivato da Venezia.

Quando lo avevo contattato a nome del Comitato promotore dell'lntergruppo, gli avevo rappresentato l'idea di questi due giorni di lavoro e il nostro desiderio di avere un colloquio di lavoro e di approfondimento con lui.

Seguiremo l'impostazione delle altre sessioni, attraverso una sua relazione introduttiva, e poi, guidati dal professor Vittadini, chi vorrà potrà intervenire per porre domande o esprimere riflessioni sul suo intervento.

Nel dare quindi la parola a Sua Eminenza, ribadiamo il nostro ringraziamento.

Cardinale ANGELO SCOLA, Patriarca di Venezia. Grazie a voi, buonasera a tutti e grazie per questa opportunità che mi è particolarmente gradita, perché dal poco che ho potuto vedere l'lntergruppo attraversa gli schieramenti, aspetto attualmente molto positivo nel nostro Paese. Dovendo quindi scegliere, in questo tempo, tra più inviti di questa natura, ho dato la mia preferenza a questo luogo per questa singolare caratteristica, che apprezzo in modo particolare.

Ho preparato una serie di appunti sul vostro tema. Dirò cose che per voi sono per un certo verso ovvie, con qualche spunto più specificamente attinente al mio compito e alla mia vocazione, che risulterà forse più stimolante.

Anche ad un profano come me circa le questioni dell'economia e le implicazioni sociopolitiche non mancano oggi informazioni sufficienti per affermare che, a partire dalla prima metà degli anni '90, tutti i sistemi di welfare europei hanno dovuto confrontarsi con la trasformazione profonda e a volte tumultuosa dei rispettivi contesti sociali.

Questo è avvenuto sotto la spinta di fenomeni esogeni come quelli legati alla globalizzazione dell'economia o all'emergere dei problemi connessi al "meticciato di civiltà", oppure per cause endogene come l'invecchiamento della popolazione o la modificazione dei sistemi occupazionali.

Finora la risposta è stata prevalentemente indirizzata verso un'azione di ricalibratura del sistema, ma ora emerge chiaramente come la situazione richieda un vero cambiamento di paradigma. È infatti richiesta una modificazione profonda dell'assetto normativo che regola

le politiche sociali, per fare spazio a nuovi modelli, pur senza rimettere in discussione i princìpi della solidarietà e dell'eguaglianza che hanno caratterizzato l'avvento dei sistemi di welfare state.

In particolare, non sembra più pensabile la perfetta coincidenza tra politiche sociali e politiche pubbliche, dal momento che altri settori della società (gli attori del mercato, le famiglie, le organizzazioni del privato sociale) si stanno rivelando non di rado capaci di affrontare i nuovi bisogni in modo più efficace dello Stato.

Nell'alveo di questo ripensamento è nata l'idea della welfare society, con le sue differenti modalità applicative, orientate alla sussidiarietà. Le sue implicazioni sembrano investire in modo differenziato tutti i modelli di politiche sociali fin qui conosciuti, determinando un cambiamento già visibile soprattutto in alcuni esperimenti a livello regionale.

All'origine della proposta di una welfare society c'è l'ipotesi di un cambiamento nel modo di concepire lo stato sociale, implicando un passaggio da una concezione meramente individualistica ad una visione personale e comunitaria della cittadinanza. Questa si fonda sul riconoscimento di un pluralismo sociale, che a sua volta, a livello della sfera pubblica, si articola attraverso il principio di sussidiarietà. Questa nuova concezione/pratica di cittadinanza nasce dall'associarsi dei cittadini, mediante la creazione di corpi intermedi e di iniziative partecipate dal basso.

Tale ipotesi prende fisionomia da una svolta di tipo antropologico, che comporta una decisiva conseguenza nella configurazione delle relazioni tra lo Stato e la società.

Nell'orizzonte di questa antropologia adeguata, si snoda la proposta di sviluppo integrale, inteso come percorso realistico e virtuoso, che è propria della Caritas in veritate. Al numero 45, questo è indicato con molta precisione.

Desidero soffermarmi su questa antropologia, che definisco adeguata alla persona e alle società di oggi. L'odierna società postconciliare, tecnicamente plurale, senza volerlo ha sgombrato il terreno da due tenaci dogmi moderni: quello della cosiddetta "morte" del

soggetto, conseguente al proclama di Nietzsche circa la morte di Dio. Questi due dogmi sono tramontati. Tutti percepiamo che l'esaltazione atomistica dell'individuo, chiamato a relazionarsi con le sue sole forze a uno Stato Leviatano, cui ha previamente devoluto  passioni e diritti (l'idea di Hobbes) ha favorito ormai la nascita di un nuovo soggetto collettivo ad opera della tecno-scienza. In questo senso, il soggetto non è affatto morto.

Sulle ceneri del vecchio soggetto empirico è sorto un soggetto tecnocratico, che rischia di rendere il primo, ormai ridotto ad oggetto, una semplice protesi, una mera funzione di questo nuovo, inquietante soggetto collettivo. In questa prospettiva, si è arrivati fino a definire l'uomo, con enfasi faustiana, come "il suo proprio esperimento", espressione del giovane filosofo della politica oggi in auge in Germania, Marc Jongen. Non è più il caso di parlare di persona, di vita personale, di soggetti e di diritti.

Tuttavia, su questo suolo, come avviene a primavera sui terreni di città, abbandonati e pieni di detriti, i fili di erba dell'esperienza umana elementare non cessano di spuntare di nuovo. Cosa dice questa esperienza elementare? Lo affermava Karol Wojtyla nel suo celebre volume Persona e atto: le relazioni e in particolare le relazioni primarie – uomo - donna, individuo-società, persona-comunità - sono imprescindibili e insuperabili per la crescita del soggetto e per l'insorgere della sua autocoscienza.

La piazza pulita che la post-modernità ha fatto dei due dogmi cui in precedenza ho fatto riferimento lascia emergere la possibilità di ricostruire dal basso un'antropologia che tenga conto di questa natura relazionale dell'uomo. L'io è relazionale, la persona è "comunionale", come si evidenzia riflettendo sul senso della nascita. È abbastanza significativo il fatto che questo tema nella cultura contemporanea venga rimosso. La nascita è, infatti, l'introduzione di un'asimmetria nel ritmo della vita della famiglia umana. Se la morte non rompe la simmetria, perché è la conclusione di una vita, l'inizio di una vita è totalmente asimmetrico rispetto al fluire della storia della famiglia umana. Oggi non si pensa più adeguatamente alla nascita, e si pratica l'aborto in maniera così massiccia perché si è perso di vista il senso della nascita. Il grande poeta tedesco Hòlderlin nella sua poesia 1/ Reno ha un'espressione molto bella che cito sempre, perché è davvero pregnante: «il più lo può la nascita ed il raggio di luce che al neonato va incontro”. La nascita infatti non è solo un fatto biologico, ma, come genialmente affermava Giovanni Paolo Il, è anzitutto una genealogia. È un'esperienza dell'origine, non è solo un inizio. Quando si dice nascita si dice inizio, biologicamente parlando, ma anche origine. Pronunciando le sue prime parole, il bambino non fa altro che dare testimonianza alla promessa di bene, di compimento, contenuta nelle relazioni primarie con il padre, con la madre, con i familiari, che indicano appunto l'origine che lo precede e lo inoltra nella vita.

Questo fa sì che la conoscenza umana sia propriamente testimonianza, attestazione prima ancora che definizione ed elaborazione di concetti. Non si dà, né mai si darà autogenerazione, si potesse pure un domani, con la clonazione resa sistematica, prescindere dal corpo umano della donna. Per concepire ci sarà qualcuno comunque al suo posto. Ci sarà comunque sempre un'origine che precede.

Qualche giorno fa, abbiamo letto, nel Vangelo di Matteo, la genealogia di Gesù, che, mentre a uno sguardo superficiale appare come un elenco ininterrotto di quattordici nomi per volta, in realtà ha un ritmo profondissimo, che indica il valore dell'origine, che è dato da quel “generò ... generò ... generò ...” che ritorna percuziente. Questo esprime assai bene il dinamismo dell’origine che ci precede e che alla fine, comunque lo si voglia chiamare, nella storia dei popoli è generalmente chiamato Dio. Come ha scritto nel suo splendido libro appena pubblicato anche in italiano il filosofo tedesco Spaemann, quella di Dio è una "diceria Immortale". Tutti dicono che non c'è più, ma la diceria si diffonde sempre e in ogni tempo, costantemente.

Lo smarrimento del senso integrale della nascita come inizio e come origine è tra l'altro la radice del grave vuoto educativo che sta minando le odierne società multietniche. La catena delle generazioni rischia di spezzarsi per la fatica dei diversi anelli delle generazioni nell'educare. Della generazione precedente nel prendersi cura della generazione successiva e della generazione intermedia nel prendersi cura della generazione di origine.

La Caritas in veritate ha di mira lo sviluppo integrale dell'uomo proprio a partire da questa antropologia adeguata, in cui persona e società sono viste a partire dall'origine, da ciò che precede il puro fare, per cui anche l'economia e l'organizzazione politica non possono non tener conto del soggetto e della sua natura di dono, che precede qualunque agire.

Il fatto che la vita sia dono, che affondi le sue radici in un'origine che la precede, finisce per investire tutte le attività umane. Si può dunque capire la forza veramente innovativa della Caritas in veritate, laddove, parlando esplicitamente di ragione economica, afferma che bisogna dare un peso tecnico alla gratuità. È un'esigenza intrinseca all'economia non un' operazione di cosmesi, così com'è stata tendenzialmente concepita fino ad ora anche con la grande diffusione della business ethics. che ha finito per trasformare l'etica in un business.

Mi pare che la proposta rivoluzionaria dalla Caritas in veritate consista proprio nel fatto che dalla sua antropologia sgorghi la necessità per la stessa ragione economica di scoprire la dimensione del gratuito (Caritas in veritate 32-36), senza la quale il mercato non può esplicare la sua funzione (Caritas in veritate 35).

Ora, la Caritas in veritate, per spiegare adeguatamente questa antropologia, guarda al mistero stesso della Trinità come paradigma. AI numero 53 si afferma che il pensiero della Trinità obbliga a un approfondimento critico e valoriale della categoria di relazione. Il tema è ripreso anche al numero 55.

Mi piace citare qui un articolo del 1916 di Romano Guardini, facilmente accessibile anche in italiano, che si può leggere con grande profitto, in cui si afferma che nella Trinità l'amore è comunanza totale, perché giunge fino all'identità dell'essenza e della vita - le tre Persone possiedono l'identica e unica sostanza divina -, ma nello stesso tempo, la comunanza è perfetta custodia di sé da parte della persona. Già San Tommaso diceva che la differenza più radicale che si dà nell'essere è la differenza tra le Persone della santissima Trinità. Ogni altra differenza è ricompresa in questa differenza: è una differenza derivata rispetto a questa differenza originaria.

Questi elementi - identità dell'essenza e perfetta custodia di sé - ci parlano di una perfezione di unità e di comunità in Dio, cui corrisponde la sua fecondità, lo Spirito Santo, che è nello stesso tempo il nesso tra il Padre e il Figlio e il frutto di questo nesso. Talmente perfetto è l'amore che il frutto e il nesso di questo amore tra i due è la Terza persona della Santissima Trinità.

In un modo molto corretto, che spero possa trovare diffusione anche nella nostra società europea di oggi, Guardini ricava da questa considerazione del mistero trinitario un'implicazione sociale di carattere fondamentale. Nel corretto rapporto fede-cultura anche all'interno della nostra società, è necessario mostrare le implicazioni di tutti i misteri cristiani, che sgorgano dall'evento sorgivo di Cristo. Occorre proporre l'evento in tutte le sue implicazioni, su molte delle quali - per es. quelle storiche - c'è realmente un terreno di costruzione comune anche con soggetti che hanno altre mondovisioni, altre fedi, o che affermano di non poter credere, o, come qualcuno ha scritto recentemente (Vattimo, Addio alla verità), dichiarano che non esiste verità. L'importante implicazione che Guardini ricava da questa considerazione sulla Trinità è che la Trinità insegna che tutto, proprio tutto, nella vita sociale dovrebbe essere - e al massimo grado - comune. Una cosa sola non dovrebbe esserlo - e con ciò si contrappone alla dedizione il suo giusto contrappeso - la personalità.

Questa deve rimanere inviolata nella sua indipendenza. Il suo sacrificio non può essere né desiderato, né offerto, né accettato. Con questo, dice Guardini, l'etica essenziale di ogni comunità è chiaramente circoscritta. La dedizione deve essere permessa e offerta nel modo e nella misura giusta, e imperfetta è quella comunità in cui uno nasconde se stesso e le sue cose all'altro.

Guardini conclude: “ma il diritto alla personalità è sacro e inviolabile, e deve rimanere inviolato. Non appena hai varcato questo confine, una comunità, di qualsiasi tipo essa sia, diventa subito contro natura, immorale”.

Questa implicazione sociale del mistero trinitario è conseguente a una implicazione antropologica dello stesso mistero, per cui l'uomo è considerato originariamente in relazione. In tutte le realtà contingenti l'unità si dà sempre in un modo duale: io sono uno di anima di corpo, di uomo e donna, di individuo e società, inseparabilmente. Questa dualità non spezza mai l'unità, e tuttavia l'unità non è mai pacifica, è sempre dinamica. Implica sempre, tendenzialmente, una tensione. Se ho mal di stomaco, parlo più a fatica, se mia moglie mi ha tradito, non riesco più mangiare: questo significa che c'è una tensione polare all'interno del mio io.

Così, la differenza sessuale nella quale sono strutturalmente situato mi pone sempre dinfronte l'altro modo di essere persona, quello femminile nel mio caso, che a me è inaccessibile. Dal punto di vista oggettivo, al di là di tutte le volontà di potenza e al di fuori

dei giudizi sui singoli e sulle persone. La differenza quindi non è una diversità, la differenza sessuale è una dimensione intrinseca all'io, per questo la differenza non può mai emarginare nessuno, casomai sarà la diversità. Differenza vuoi dire portare la stessa cosa in un altro posto (di-ferre).

La presenza femminile sempre esercita questo spostamento sul maschile e viceversa, perché la differenza è una dimensione dell'io, è intrapersonale, non interpersonale. Su queste cose nel dibattito attuale c'è molta confusione, perché non si pensano più le categorie fondanti - non si pensa all'unità, non si pensa all'identità, non si pensa alla differenza, alla diversità - e non si pongono in relazione corretta questi diversi elementi.

Ora, a partire dalla svolta sociale e antropologica in atto, la nuova cittadinanza comporta un ripensa mento della democrazia e soprattutto del ruolo dello Stato, altro tema fondamentale sul quale penso voi lavoriate abitualmente. Per esempio, dubito che la democrazia degli Stati Uniti sia come la nostra, laddove però si definisce con la stessa parola qualcosa di molto diverso. Nella democrazia bisogna dunque ripensare il ruolo dello Stato, che è chiamato a specializzarsi nei due compiti di sussidio rispetto alla società civile e di garante delle regole del gioco per individui e soggetti sociali.

Esattamente a questo livello si apre il tema della sussidiarietà, concettualmentesviluppatosi all'interno della dottrina sociale cattolica - Vittadini ha scritto con Donati, Colozzi e Berardinelli un libro su questo - a partire dalla sua originaria tematizzazione, che è

avvenuta con la Ouadraçesirno anno nel 1931, per arrivare alla recentissima ripresa dalla Caritas in veritate. Qui Benedetto XVI, al numero 96, fornisce una definizione che aiuta a coglierne le caratteristiche basilari, laddove precisa: “sussidiarietà è prima di tutto un aiuto

alla persona, attraverso l'autonomia dei corpi intermedi”. Questo è un dato di fatto. Nella mia diocesi, da cinque anni sto facendo la visita pastorale: dal venerdì alla domenica sono in parrocchia. La società civile italiana è incomparabilmente la più ricca in Europa. Ho fatto la visita pastorale a Caorle, cittadina che durante l'inverno ha circa 8.000 abitanti, e tutte le associazioni di varia natura hanno voluto incontrare il Patriarca. Si trattava di 84 associazioni: dallo sport alla cultura, al tempo libero, alle tradizioni.

Questo si verifica dappertutto nel nostro Paese, che ha una società civile ricchissima, con una vitalità assolutamente unica. Il Pontefice sottolinea dunque come la sussidiarietà sia prima di tutto un aiuto alla persona attraverso l'autonomia dei corpi intermedi. Tale aiuto viene offerto quando la persona e i soggetti sociali non riescono a fare da sé e implica sempre finalità emancipatrici, perché favorisce la libertà e la partecipazione in quanto assunzione di responsabilità. Questa è una definizione sintetica, ma estremamente efficace, perché mette ognuno al proprio posto: la persona nella sua irriducibilità, i corpi intermedi, la società civile, la funzione dello Stato.

Si tratta dunque di un paradigma applicabile negli aspetti specifici dell'agire sociale ed economico, che può giungere anche a criteriare il dibattito sullo stesso assetto perlomeno europeo.

In consonanza con questa visione, il lessico della sussidiarietà fa perno sulla coppia persona-dono, fiducia-comunità, una concezione che rifonda personalisticamente e pertanto in modo relazionale l'idea di Stato, non lo intende più come un fattore unificante sovraordinato alla molteplicità di individui concepiti come atomi isolati, bensì come un fattore al servizio sussidiario del libero gioco associativo di persone e di comunità.

Queste non sono tese anzitutto a una utilità interessata, ma prima di tutto alla generazione di un bene comune, altra categoria che oggi ha bisogno di essere totalmente ripensata. Non si può più solo pensarla a partire dai diritti, ma è necessario introdurre molti altri elementi quali il concetto del valore pratico del vivere insieme, il concetto di beni specifici e tante altre categorie.

Tutto questo è decisivo per elaborare anche una nuova concezione di giustizia assai diversa da quella sottostante allo Stato hobbesiano. Faccio riferimento a Hobbes, perché quello è ancora il modello dominante, pur nelle varianti che ha subito.

La novità di Caritas in veritate sta nel coraggio con cui ai numeri 32 e 36 dall'interno della ragione economica, afferma che il principio della fraternità è applicabile anche al mercato.

Scrive, al numero 58, il Papa: “anche nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale  attività economica”. Questo apre un campo sterminato di lavoro. Questo principio, come il Papa dice esplicitamente, non si deve relegare al no profit; esso deve riguardare qualunque tipo di impresa e di soggetto del lavoro. Questo è, a mio giudizio, un campo nuovo tutto da dissodare. Spero che il mondo degli economisti si apra a questo lavoro, senza rimanere irrigidito sull'idea di un'economia come pura tecnica o su un'idea di mercato come dato naturale insuperabile, quando invece il mercato è un fatto culturale, non naturale.

11 principio di sussidiarietà si presta qui ad essere interpretato come un elemento imprescindibile per il superamento delle storture della modernità. Questa impostazione porta necessariamente a rivedere in profondità le politiche sociali, chiamate a sperimentare  formule di partnership tra pubblico e privato, in cui alla modalità regolativa di tipo gerarchico si sostituisca una regolazione reticolare, capace di rispettare i diversi codici simbolici così come le diverse forme organizzative di cui sono portatrici le comunità presenti  nella società.

In questa configurazione delle politiche sociali, lo Stato e le pubbliche amministrazioni locali sono chiamati a perdere il loro ruolo di gestori diretti dei servizi, per acquisire uno specifico stile di governo dei medesimi. Alle istituzioni tocca governare e non gestire, se non nei casi in cui lo stato si debba sostituire alla società civile che non ce la fa. Quando parliamo della libertà di educazione, non siamo così dissennati da ritenere che improvvisamente si debba lasciare in mano tutto alla società civile . Però a chi ha la forza, la capacità, e fornisce tutte le garanzie necessarie si deve permettere di fare scuola a parità di condizioni. Ciò non toglie che laddove queste condizioni non ci siano tocchi allo Stato garantire il processo educativo, soprattutto nei livelli della scuola dell'obbligo. ..

L'elemento portante un'impostazione sussidiaria delle politiche sociali è la crescente libertà di scelta della persona. Questa può essere ottenuta attraverso il sostegno diretto della domanda, con i cosiddetti titoli sociali, al fine di rendere accessibile una più adeguata disponibilità di risorse utilizzabili sui "quasi mercati" dei servizi accreditati. In un'ottica sussidiaria, peraltro, la libera scelta non si configura all'interno di un quadro di riferimento individualistico o atomistico, ma diventa elemento fondamentale per restituire libertà e responsabilità alla persona vista nell'ambito delle sue relazioni costitutive, prime tra tutte quelle familiari (Caritas in veritate 44).

Proprio la famiglia dovrebbe dunque essere il soggetto autenticamente centrale del nuovo welfare e ad essa debbono essere riconosciuti diritti ulteriori rispetto a quelli individuali. Questo è un lavoro ancora tutto da fare, perché uno dei motivi per cui nel dibattito ci si confonde è che non solo non è chiara la nozione di diritto, ma soprattutto nessuno, dopo Maritain, si è impegnato a fare un discorso veramente serio e analitico su quali siano non i diritti fondamentali, ma gli altri diritti. Infatti sui diritti fondamentali non si può mai venire meno, ma sugli altri diritti a una minoranza può essere chiesto, in certi momenti, un sacrificio; o quando non si è in una situazione di conflitto, in cui un compromesso nobile diventa impossibile. Oltre alla catalogazione generica di diritti personali, sociali, civili, nessuno è ancora andato ad esaminarli in concreto, in maniera analitica, in particolare operando questa distinzione decisiva tra diritti fondamentali e altri diritti.

Alla famiglia dovrebbe essere riconosciuto un ruolo centrale nel nuovo sistema del welfare society, aprendo la strada innanzitutto a un'autentica sussidiarietà fiscale, che tenga conto delle concrete responsabilità familiari assunte da ciascun nucleo e le valorizzi.

Per me questo è il perno del discorso, perché le cosiddette libertà effettive devono veramente diventare tali. AI numero 36, il Papa dice che la carità nella verità è un'esigenza della stessa ragione economica, che implica il principio di gratuità, la logica del dono, come espressione di fraternità. È importante notare che l'ambito di un'economia di gratuità e di fraternità deve andare dalla società civile al mercato e allo Stato. AI n. 38 il Papa scrive:

“Oggi, possiamo dire che lo vita economica deve essere compresa come una realtà a più dimensioni, in tutte in diversa misura e con modalità specifiche deve essere presente l'aspetto della reciprocità fraterna”.

I tre capisaldi della dottrina sociale della Chiesa - dignità della persona, solidarietà, sussidiarietà - che devono sempre stare insieme, sono così rivisitati a partire da una forma concreta di democrazia economica. La gratuità non è più intesa come pura cosmesi della giustizia, del bene comune, senza i quali tuttavia non si può parlare né di carità, né di verità.

Benedetto XVI, facendo al n. 38 questa affermazione categorica, non lascia scampo su questo. Oggi, senza la carità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia. Mi pare che i dibattiti in atto nel Paese lo mostrino molto bene . Grazie. (Applausi).

Dibattito

GIORGIO VITTADINI, Presidente della Fondazione per la sussidiarietà Abbiamo ora uno spazio per interventi e domande sempre contenute nell'ambito di tre minuti, a cui il Patriarca potrà rispondere alla fine.

ERMETE REALACCI, Deputato. Chiedo scusa, prendo solo un punto. La riflessione è stata di grande interesse e moltissime cose sono condivisibili. Personalmente, considero la Caritas in veritate un contributo straordinario a non sprecare la crisi, giacché si è provato a riflettere su un necessario cambiamento di paradigma .

Vorrei in parte forzare questo contributo anche a partire dalle parole del Cardinale, che in molte parti condivido. Questa antropologia relazionale , l'economia a misura d'uomo, l'idea di una fraternità e di una gratuità interni al mercato sono temi cari a me e ad amici quali Vittadini e Campiglio.

Questo ragionamento, che ovviamente ha un carattere universale, in Italia ha una pregnanza ancora più forte, esattamente per le più di 80 associazioni di Caorle citate dal Cardinale. La tesi è questa : la possibilità di rilanciare la nostra economia e le caratteristiche specifiche della competitività della nostra economia, essendo già di per sé legate a elementi di qualità, che sono intrinsecamente collegati alla forza delle comunità, al radicamento sul territorio, al sistema relazionale, vedono in questo mutamento di paradigma una componente essenziale per affrontare le sfide del futuro.

AI tempo stesso, questo mutamento di paradigma e questo ragionamento su una economia a misura

d'uomo, come nel film di René Clair Accadde domani, affonda profondamente le radici nella storia e nella cultura del nostro Paese, che si incrocia ovviamente con la cultura cattolica . Potremmo fare molti esempi concreti di imprese, ma in questa sede è sufficiente citare cose che sono a poche decine di chilometri di distanza da noi. Considero di straordinaria modernità l'elaborazione di San Bernardino da Siena, che il Cardinale conosce bene perché era di Massa Marittima ed è stato anche vescovo di Grosseto. Nel 1400, infatti, egli elabora una teoria economica, subendo anche un processo per eresia, perché non tutti gli interessi dell'epoca erano d'accordo con lui, in cui individua le caratteristiche del mercato che aiuta il benestare della comunità. Con un'affermazione di straordinaria modernità dichiara che è lecito vivere di rendita quando non si è più in grado di fare impresa - pensate alla finanziarizzazione dell'economia - , perché quando si è in grado di

fare impresa e si tende a vivere di rendita si sottraggono talenti al benestare della comunità.

San Bernardino da Siena individua quattro caratteristiche di base dell'imprenditore che aiuta il benestare della comunità: l'efficienza, la responsabilità, la laboriosità e il coraggio di intraprendere. Credo che oggi difficilmente si potrebbero sostenere opinioni più moderne. Questo affonda però le radici in una cultura, che era profondamente radicata in questo territorio. Quest' anno ricorre il centenario della Costituzione di Siena nel 1309, nella quale ci sono tre righe che sembrano la sceneggiatura dell'affresco del Buon Governo che fu dipinto trenta o quaranta anni più tardi. In questo Costituto che nel 1309 fu affisso in tutte le chiese di Siena, i senesi affermavano che «chi governa deve avere a cuore massimamente la bellezza della città per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini”. C'era dunque gratuità anche in questo, «la bellezza della città per cagione di diletto e allegrezza dei forestieri”, quindi inclusione e marketing territoriale per una grandezza non misurabile in termini economici: l'onore, che però a sua volta è la base della prosperità e dell'accrescimento della città e dei cittadini.

Facendo ancora un piccolo passo indietro, anche se a Lupi non piace, nel 1282 a San Gimignano viene varata una legge in cui si prevede che si possano demolire le case solo se si costruisce una casa più bella.

Ritengo - e in questo trovo nella Caritas in veritate un contributo straordinario - che questa componente della gratuità in Italia ancora più che in altri Paesi sia non solo una componente di umanizzazione dell'economia, ma anche una condizione di economia più competitiva, perché, se si vuole produrre qualità, è difficile prescindere dalla comunità, e questo ha radici antiche nel nostro Paese.

ROBERTO ROSSO Deputato. Un grazie al Cardinale, ma anche un complimento a Realacci perché è stato davvero bravissimo.

Devo solo colmare una lacuna di ignoranza . Lei ha spesso citato il nesso tra il mercato e la gratuità.

Riprendo una frase riportata fedelmente dell'Espresso, perché non mi è chiara. Lei ha dichiarato che “è un'esigenza intrinseca all'economia dare una consistenza tecnica alla gratuità, senza la quale il mercato non può svolgere la sua funzione” . Vorrei che lei tornasse su questa intrinsecità dell'esigenza dell'economia verso la gratuità e spiegasse in cosa consista questa tecn icità della gratuità ai fini dell'economia.

LUCA VOLONTE' Deputato . Anche io esprimo un ringraziamento per i tanti stimoli dati da Sua Eminenza.

Desidero solo ricordare a me stesso come a un certo punto nella Caritas in veritate il Papa citi un esempio molto concreto di come poter aiutare lo sviluppo integrale globale delle altre nazioni, cioè del mondo, lo sviluppo delle nazioni: riformare il welfare . Parlando della riforma del welfare, parla proprio delle libertà sociali e della sussidiarietà fiscale, riconoscendo e valorizzando quelle risposte ai bisogni sociali che la società è in grado di dare.

Da questo punto di vista, dalla sua relazione emerge in particolare quella che spesso definisco “una grande chance” per il pensiero personalista e per questa rielaborazione presente nella Caritas in veritate di molti concetti, di molte intuizioni geniali e realistiche che aveva fatto Karol Wojtila nel Centesimus annuso Mi sembra però che questa grande chance non sia creduta fino in fondo nemmeno da chi dovrebbe fare della dottrina sociale della Chiesa un motivo di grande opportunità di confronto nel mondo italiano e nel mondo globalizzato .

La Caritas in veritate è stata accolta con grandi applausi, ma dopo circa sessanta giorni questa assunzione di criteri nuovi attraverso i quali leggere e costruire la realtà ha portato a mantenere quei criteri come ripensamento dell'azione politica-economica sul piano interno e sul piano internazionale. Vorrei sapere quindi come ci possiamo aiutare insieme in questa direzione.

GIULIANO CAZZOLA, Deputato. Innanzitutto grazia a Sua Eminenza per la lezione che ci ha tenuto. Mi soffermerò solo su un punto per ragioni di brevità. Lei ha detto ha fatto affermazioni molto importanti, sottolineando anche l'esistenza di diritti fondamentali e di diritti non fondamentali, che possono essere regolati , negoziati, trattati diversamente, entrare a far parte di un discorso di contenimento.

Ritengo che su questo aspetto ci sia molto da lavorare per quanto riguarda sia la questione del welfare, che i diritti con la “D” maiuscola, perché oggi c'è una tendenza a considerare tutto diritto fondamentale e a individuare anche percorsi nuovi, che una volta non venivano considerati diritti. Spesso, mi viene in mente un verso di Dante, che si riferisce a un personaggio che incontra all'inferno. Dice: “che Libito fè Licito in sua legge”. Ho l'impressione che la Chiesa dovrebbe orientare in questo “Libito” che spesso noi tendiamo a far diventare “licito” e diritto.

CARD. ANGELO SCOLA Patriarca di Venezia. Ringrazio molto l'onorevole Realacci, che ci

ha offerto spunti di grande interesse e indicato la pista perché questa Enciclica non sia confinata nel dimenticatoio. Il modo migliore per confinarla nel dimenticatoio è "piluccare" qualcosa quando serve a confermare una tesi, senza assumerne l'impianto profondo.

Il fatto che per due volte si parli di ragione economica e si dichiari che il principio del dono e della fraternità debbano essere esplicitati tecnicamente all'interno dell'ambito economico rappresentano la novità portante dell'Enciclica. Ci sono anche tanti altri aspetti particolari e tanti recuperi di elementi già noti nella tradizione cristiana, che vengono declinati e articolati nell'oggi.

Il discorso sul capitale sociale, avviato dall'Associazione industriali della piccola industria e poi condiviso da tutte le associazioni industriali del Veneto, riprendendo una battuta che avevo fatto nel discorso del Redentore, ha messo in moto una ricerca per trovare un indice matematico in cui esprimere il capitale umano. È un inizio di lavoro, potrà essere discutibile - da taluni è stato discusso, altri invece l'hanno accolto - però è una direzione.

Non tocca al magistero della Chiesa rendere tecnico questo criterio, giacché non ne abbiamo la competenza e non è nostro compito, evidentemente. Tocca agli uomini dell'economia e della politica, perché le due cose non possono andare disgiunte. Quando si nega che vadano insieme o si disarticola l'economia dalla politica significa che i legami tra queste due realtà sono sotterranei, cosicché ci agitiamo tanto sulla punta dell'iceberg di ciò che vediamo, mentre il 99 % che non vediamo ci sfugge in maniera realmente dannosa per tutto il bene comune.

Spesso il dibattito pubblico anche nel nostro Paese è una "lotta tra poveri" nel senso sostanziale, non materiale della parola. Questo compito dovrebbe quindi vedere impegnati tutti gli uomini di buona volontà - soprattutto in Europa e comunque nel mondo euroatlantico, ma anche imparando molto dall'India, da certe iniziali riflessioni di qualche africano - lavoro su cui bisogna chinarsi insieme per unire l'esperienza allo studio. Questo è anche il modo per venire incontro a quanto diceva l'onorevole Volontè.

Sono sempre più convinto che noi uomini di Chiesa siamo spesso incapaci di dare le ragioni adeguate di ciò che vogliamo effettivamente dire, ma la percezione è che il riferimento  all'esperienza elementare e costitutiva dell'uomo - per la quale noi siamo qui questa sera a lavorare - venga trattato nella migliore delle ipotesi come un intervento di cosmesi.

La politica è un ring: si capisce chi ha ragione quando si vede chi resta in piedi. Infatti dicono che la Chiesa aspetti sempre di vedere chi resta in piedi per schierarsi con lui, perché deve difendere i propri interessi. L'esempio clamoroso degli interessi di cui si parla in questi giorni sarebbe l'insegnamento della religione, chiesto dal 97% degli italiani ... Se questo è un interesse della Chiesa, ditemi voi che cosa rappresenta il 97 per cento degli italiani che lo domandano. lo soffro molto per questo tipo di impostazione che constato spesso, e spero che il vostro lavoro vi aiuti.

Sarebbe interessante allargarlo ad altri mondi quali quello dell'economia e far sì che su questo invito del Papa ci si metta realmente al lavoro. Alcuni segni vanno in questa direzione.

È necessario aggiungere che un altro elemento portante della Caritas in veritate è l'aver liquidato una volta per tutte ogni dualismo tra giustizia e carità, per cui non si può più operare un tipo di distinzione in cui l'uno annulli l'altro. Eppure, molto del dibattito ideologico, che si è svolto dopo il '68 e non è ancora terminato, ha lavorato su questa distinzione.

Concordo pienamente con le considerazioni dell'onorevole Cazzola. Credo che questo sia uno dei nodi su cui il percorso di una laicità adeguata a una società tecnicamente post secolare come la nostra diventi arrabbiato e dialettico, perché non c'è chiarezza su che cosa sia diritto, quali siano i diritti fondamentali, quali gli altri diritti, cosa non sia per niente diritto.

Siamo entrati in un tempo in cui, come diceva Eliot, c'è un compito comune e un lavoro per ciascuno: è necessario che tutti ci mettiamo al lavoro su questi temi.

ENRICO LETTA, Deputato. Ritengo che la riflessione di questa sera dimostri come non solo in Italia si corra il grande rischio di un applauso generale all'Enciclica senza fare i conti con la profondità dell'analisi, della critica e delle soluzioni, che in alcuni passaggi l'Enciclica propone e che è rivoluzionaria. È quindi difficilissimo prenderne le misure, perché tutti conveniamo su alcuni dei concetti espressi dal Patriarca quali la necessità di legare i concetti di gratuità e fraternità al mercato, ma poi nella pratica va tutto in un'altra direzione.

Lo stesso ragionamento vale per un altro dei capisaldi dell'Enciclica , laddove nella prima parte propone una critica dell'inadeguatezza del modello di stato sociale che governa le nostre società almeno in Europa. Lo pone da tanti punti di vista: da quello dei cambiamenti del mercato del lavoro, del tema, che il Patriarca ha posto all'inizio della sua riflessione e che a mio avviso è la questione centrale, degli impatti della demografia sulle nostre società, sui nostri comportamenti, sul nostro futuro. L'invecchiamento della popolazione comporta infatti conseguenze e i sistemi di stato sociale non tengono conto né delle sostanziali modifiche del mercato del lavoro avvenute in questi decenni, né di questa dinamica decisiva per le nostre generazioni, che è quella della modifica della demografia.

In fondo - mi lego all'intervento di Giuliano Cazzola, che ho molto apprezzato -, questo richiama anche la riflessione dell'Enciclica sul rapporto tra diritti e doveri, dal momento che vi ritrovo quella bellissima frase sull'unicità di capacità trascinante della condivisione dei doveri, che, soprattutto per noi che viviamo nella politica e nella società, rappresenta una delle più sferzanti riflessioni inserit e al suo interno, perché troppe volte non ne siamo consapevoli anche se è una delle cose più forti.

Nell'Enciclica si entra addirittura nel merito della questione delle retribuzioni dei manager, temi scottanti sui nel nostro dibattito mediatico si corre il rischio di un generico applauso generale, senza poi si entrare nel merito della durezza del tirare conseguenze, che invece considero la questione essenziale.

Mi ricollego infine al paragrafo 96, che ci richiama alla ragion d'essere del nostro essere qui, ovvero la sussidiarietà. Sei anni fa, quando abbiamo cominciato, la sussidiari età non era centrale come oggi, nel senso che l'Enciclica ha svolto e svolge un ruolo fondamentale nell'aggiornare una riflessione antica, che probabilmente ci era arrivata soprattutto dalla dinamica istituzionale europea negli ultimi anni, perché in fondo il Trattato di Maastricht rilancia in modo straordinario a livello comunitario la sussidiarietà, che noi erroneamente leghiamo soltanto ai criteri finanziari, al debito, al deficit.

Nella nostra riflessione nazionale, la sussidiarietà fino all'Enciclica è stato un termine tralasciato. L'Enciclica la rilancia e soprattutto offre un'indicazione straordinaria, perché la fa uscire dai temi settoriali. In quel punto 96, infatti, non la individua come punto economico, né come punto giuridico, né come punto sociale, ma come punto trasversale, che riconnette tutte queste dimensioni. Credo che questo sia per noi un fatto di grande importanza e di grande interesse. In questo, Eminenza, mi sento anche di dirle che il lavoro che svolgiamo, che è complesso soprattutto di questi tempi, ha bisogno anche di forti suggerimenti e stimoli, laddove questo concetto di sussidiarietà oggi può diventare, anche a partire dalle riflessioni dell'Enciclica, un punto-guida del nostro agire, dell'agire sociale, dell'agire economico e anche dell'agire politico.

TIZIANO TREU Senatore. Ringrazio anch'io il Patriarca Scola. Ho avuto il piacere di ascoltarlo molte volte e le sue considerazioni sono sempre importanti.

Vorrei sottolineare un punto e poi avanzare una richiesta di approfondimento, che riguarda il dibattito di domani e il tema della sussidiarietà.

Il tema della gratuità e della reciprocit à nell'economia, che è stato qui presentato in modo così tranquillo, è un tema ostico, totalmente controcorrente e addirittura di difficile comprensione non solo per i liberisti – e qui non ce ne sono - , ma anche per la tradizione della Sinistra e anche per la visione particolaristica e opportunistica di altri gruppi.

Sarebbe opportuno approfondire questo tema , che declinerei affermando che un welfare comunitario è non un ostacolo all'attività economica, come dice la vulgata dominante, ma un elemento fondamentale per un nuovo sviluppo umano . Dire che la concorrenza non è il dominus dell'attività economica, ma deve essere mitigata dalla cooperazione, che è una forma di reciprocità, è un'altra applicazione del principio. Entrambe sono lontanissime dalla pratica .

La richiesta di approfondimento riguarda questo discorso della comunità. A me pare molto interessante sostenere che, come qui viene riconosciuto, la comunità debba rispettare e promuovere la persona. Sarebbe però opportuno approfondire l'ambito della comunità, perché esistono tanti ambiti di comunità. Le comunità piccole possono essere poco propense ad aiutare le proprie persone, soprattutto non aperte ad altre comunità .

Se la comunità deve essere veicolo dei diritti universali della persona, non dell'individuo, questo è un problema. Attualmente, la comunità può essere anche un veicolo di esclusione, come invece non vogliamo che sia.

GAETANO QUAGLIARIELLO Senatore . Gli onorevoli Volontè e Letta partono fondamentalmente dallo stesso punto, ovvero dal rischio che questo documento riceva un plauso formale, ma non abbia alcun tipo di traduzione.

Credo che il rischio esista, ma che il modo per fugarlo sia innanzitutto partire dalla frattura di fondo che il documento pone. Ritengo che Sua Eminenza abbia colto questa frattura, perché tra tutti gli incontri sull'Enciclica ai quali ho partecipato questo ha messo con più chiarezza in evidenza il nesso profondo tra la sfida antropologica e la dimensione più propriamente economica .

Questo nesso pone di fatto la frattura tra il rilancio possibile della persona e della personalità nella sua insopprimibile specificità e le conseguenze della sfida positivistica della tecno-scienza, antinomia dalla quale derivano due idee diverse di libertà che percorrono tutta quanta l'Enciclica : una libertà intesa come responsabilità, che quindi riconosce una tradizione che si spinge fino all'origine, e una libertà intesa come acquisizione di diritti che genera altri diritti.

Ritengo che questo sia il più importante documento postnovecentesco, perché, a partire da questa frattura di fondo, ripensa tutte le categorie del 1900 e sedimenta i cambiamenti che nel frattempo sono avvenuti in maniera laica, non ideologica. Qui abbiamo un ripensamento della categoria del mercato, della categoria dello Stato, della categoria della libertà . Se ci rendiamo conto della portata dei cambiamenti proposti, probabilmente chiedere un'immediata traduzione del documento in politiche positive sconta un ottimismo eccessivo.

Sono convinto che sia necessario uno sforzo culturale, che porti questo documento nella sua portata a penetrare le fibre della società, a rimettere in discussione le terminologie e i modi di pensare. Si tratta certamente di uno sforzo titanico, che rende obbligatoria una dimensione pedagogica che viene prima della dimensione politica. Questo è il primo compito sul quale dobbiamo impegnarci.

RAFFAELLO VIGNALI, Deputato. Questa Enciclica è nata come idea prima della crisi, ma di fatto esprime un giudizio molto forte rispetto a quello che stiamo vivendo in questi mesi.

Sono convinto che questa crisi nasca di fondo, al di là di della questione dell'avidità, dalla riduzione

dell'economia a numero e dal fatto che persona e relazione sono stati fatti fuori dall'economia, mentre relazione e gratuità sono realmente il fondamento di ogni attività economica.

In questi mesi, si è parlato spesso della necessità della fiducia per uscire dalla crisi. Si è però considerata la fiducia come una sorta di mozione d'affetti, non come giudizio, perché alla fine il giudizio è che dobbiamo mettere più regole, anche illudendosi che siano le regole a rendere migliori gli uomini e che si possa essere buoni senza la fatica della responsabilità.

D'altronde, ogni atto economico è un atto di fiducia, laddove anche comprare il pane al mattino è un atto di fiducia verso il panettiere. Vorrei però conoscere il rapporto tra la questione delle regole, sù cui siamo chiamati per mestiere, e la gratuità.

STEFANO DE LILLO, Senatore. Vorrei anch'io rivolgere un ringraziamento non formale per gli spunti che Sua Eminenza ci porta questa sera. Dell'intervento ho colto in particolare come spunto all'azione politica di tutti noi la sfida che ci porta questa Enciclica, quella dello sviluppo integrale dell'uomo sulla scia già tracciata nel 1967 da Paolo VI con l'Enciclica Populorum progressio, che già esprimeva questo valore morale dello sviluppo in un'epoca in cui non tutti riconoscevano nello sviluppo un valore.

Oggi, c'è un superamento, un'integrazione, e la nostra sfida deve consistere nel perseguire con la nostra azione politica uno sviluppo integrale e antropologico dell'uomo, non limitato al valore economico ma che chiama alla sfida dei valori, a un'evoluzione morale, etica, spirituale anche trascendente dell'uomo, che chiama noi politici a un intervento sui temi della biopolitica e dello sviluppo demografico, tema molto controverso in politica internazionale, che chiama a uno sviluppo nell'ambiente. Nell'Enciclica viene infatti citata una forma di ecologia cristiana, ottimista, in cui l'uomo è al centro dell'ambiente che è chiamato a tutelare. Emerge quindi questo forte richiamo a tutti noi ad un'azione per uno sviluppo integrato.

Sono l'ultimo arrivato nell'ambito dell'lntergruppo per la sussidiarietà, ma ritengo che l'aver espresso direttamente in un'Enciclica il valore morale della sussidiari età e in particolare della sussidiarietà fiscale sia di grande conforto per chi ha lavorato negli anni su questi temi, ottenendo anche azioni concrete tipo il 5 per  mille.

RENATO FARINA Deputato Ringrazio il Cardinale Scola, che non avevo mai sentito parlare e di cui ho potuto finalmente apprezzare i contenuti.

Mi ha molto colpito il modo di leggere questa Enciclica da parte di Sua Eminenza, non  confinandola nell'ambito del sociale e dell'economia, ma piuttosto andandone a scoprire le origini antropologiche, con la riscoperta alla fonte delle parole “carità” e “verità” come fondamento di una nuova possibilità per l'economia. Non sono quindi i meccanismi che salvano, ma la possibilità di riconoscere questo. Queste due parole sono però totalmente insignificanti e ridicolizzate proprio negli ambiti nei quali dovrebbe affermarsi quella che lei definisce la «nuova laicità» . Nel Consiglio europeo ad esempio abbiamo un Alto Commissario per i diritti umani, che è la più alta autorità dei diritti umani. Il suo libro decisivo sui diritti umani ha un capitolo intitolato Meno carità e più diritti, punto che ci trova contrari. Nella sottocommissione diritti umani, chi cercasse di sostenere le sue affermazioni, ovvero che non si tratti di diritti fondamentali, ma di diritti che possono essere sacrificati, verrebbe accusato di essere un relativista, in quanto ammette altre antropologie e quindi un'altra gamma di diritti fondamentali, ragion per cui non ha diritto di partecipare al consesso della democrazia .

Questo si è ripetuto ancora una volta in questi giorni quando il solito svizzero, che rappresenta veramente l'ala colonizzatrice di tutto Europa e di tutto il mondo dal punto di vista culturale, ha imposto la questione.

Dinanzi a questo, capisco che la battaglia non sia perduta ed esista il potere dei senza potere, ma vorrei sapere come rendere incisive queste cose al di là della testimonianza quotidiana e se sia possibile vincere.

GIORGIO VITTADINI, Presidente della Fondazione per lo sussidiarietà . Do la parola al Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, per la replica.

ANGELO SCOLA, Patriarca di Venezia. Vi ringrazio anche per questa seconda tornata molto interessante, che già a partire dall'intervento dell'onorevole Letta si è articolata intorno al tema dei diritti-doveri e a quello dei diritti fondamentali. Ritengo che si possa formulare un'osservazione in proposito.

È frutto del residuo intellettualista, concettualista e dottrinalista della modernità, che ancora vive nella nostra società questa presunzione di poter definire in astratto talune regole o - come per esempio nel caso della cosiddetta Carta dei diritti umani - di formulare un elenco rigoroso, preciso e formalmente corretto, cadendo così nel rischio di ricercare un universale astratto che passa poi sopra la testa delle persone. Nella nostra epoca, dobbiamo invece mirare maggiormente agli universali concreti, perché caratteristica dell'uomo è quella che Guardini guardando alla Trinità chiamava “l'irriducibile personalità”.

È mia intenzione offrire un suggerimento, una pista. Tutta questa tematica dei diritti e dei doveri deve essere inserita in una più pratica concezione della vita associata, del bene comune, dell'universale politico.

Si potrebbe ripercorrere la storia di ciò che ha costituito il punto di riferimento comune per la vita associata fino alla modernità, delle rotture della modernità a cui faceva riferimento anche il professor Quagliariello. Oggi, però, appare evidente che, se vogliamo ricostruire il bene comune in una società plurale, per sua natura tendenzialmente e fortemente conflittuale, dobbiamo partire da quel che Maritain chiamava “un universale pratico”: il fatto stesso dell'essere insieme.

Il grande valore della nostra società è che siamo insieme, e questo essere insieme si fonda su un'esperienza elementare comune a tutta la famiglia umana, che si snoda quotidianamente attraverso il ritmo degli affetti, del lavoro e del riposo, a partire dalle dimensioni costitutive del rapporto anima-corpo, uomo-donna e persone-comunità. Questi sono i pilastri di un'esperienza elementare, che tutti abbiamo in comune.

Anche la tematica dei diritti e quindi del superamento dei conflitti che si legano ai diritti dovrebbe radicarsi nel valore pratico dell'essere insieme, che implica di fatto una moralità comune. Se ad esempio si riflettesse sul senso integrale della nascita, emergerebbe come la dimensione del gratuito e del dono non sia succedanea. Come evidenziato dall'onorevole Farina, infatti, dal 1400 anche nella teologia cattolica si è caduti nell'errore di concepire il dono stesso della rivelazione cristiana, e quindi la carità, come un superadditum, un'aggiunta a una natura già costituita, come adesso sta succedendo nell'economia. Il discorso della gratuità e della fraternità è visto come una sorta di superadditum, una vernice che si mette sopra, come ha stabilito il De Lubac nei suoi Studi sul soprannaturale.

Ma, se lo si tratta come un superadditum, non verrà più visto come centrale, finirà con l'essere considerato inutile e infine sarà eliminato.

Colui che afferma "meno carità e più diritti" dice da una parte una cosa giusta (è stato il contenuto di tante giuste battaglie postconciliari). È vero: ciò che è dovuto come diritto di giustizia a ciascuno non può essere dato come elemosina; ma chi ragiona così ha un concetto riduttivo di carità. Non l'ha assolutamente colto, perché non ha riflettuto sulla sua esperienza elementare, non riconosce la dimensione del dono, del gratuito nella sua vita, non vede quanto questa dimensione sia essenziale al day by day della sua esistenza.

Il soggetto non può essere mai escluso: questo è il punto. La tragedia della modernità è che essa, in nome dell'oggettività, è nata sull'esclusione del soggetto. Le scienze empiriche  hanno favorito questo dato, e oggi più che mai resistono su questo dato; ma dall'altra parte le grandi domande sul soggetto vengono fuori dai laboratori di biologia e non restano più riservate ai filosofi. Nell'edificazione del cammino comune è quindi necessario rimettere in campo il soggetto come dato relazionale, stando attenti alla necessità di mantenere in equilibrio l'unità di questa insuperabile dualità.

Quello che si diceva sulle comunità chiuse è verissimo, per cui provocatoriamente parlo di "meticciato di civiltà", con i limiti di questa categoria, che però ha il vantaggio di dire la durezza della questione, perché fa pensare a una cosa molto dolorosa, fa riferimento indirettamente e analogicamente al meticciato biologico - un fenomeno molto violento e molto dolorosa -, ma allo stesso tempo raccomanda di avere un pensiero non meticcio del meticciato. L'accettare il dato di fatto non è un progetto da costruire, ma è un orizzonte, è la descrizione di un processo dentro cui bisogna mettersi al lavoro.

Anche l'idea di comunità deve essere costantemente equilibrata. Guardini diceva che una comunità che riduce la personalità non è più degna. Il compito di governo dello Stato a tutti i suoi livelli è dunque estremamente prezioso, come anche il compito della politica in questo - del Parlamento in modo particolare, del Governo e di tutte le istituzioni – perché fare le regole deve essere di aiuto allo sviluppo armonico e articolato della persona e della comunità. San Tommaso affermava che lo scopo della legge è educare ad agire secondo virtù. Lavirtù precede la legge, aspetto che nel legiferare deve essere tenuto ben presente.

Una certa concezione della laicità neutralizza gli universali concreti delle religioni. Il cristianesimo è un universale concreto, dice che la verità è Uno che è nato a Betlemme, cresciuto a Nazareth, messo sulla croce a Gerusalemme e poi risorto . Più concreto di così!

Però, è la verità che vale per tutti: questa è la pretesa cristiana.

Ci chiediamo dunque come questo universale concreto possa convivere con altri universali concreti, che pretendono la stessa assolutezza senza cadere nel fondamentalismo. Non stiamo parlando qui delle conseguenze tragiche del fondamentalismo - che abbiamo visto anche oggi nei nostri poveri ragazzi morti ammazzati in quel modo terribile a Kabul - ma della sua variante leggera, che comunque deve essere eliminata.

È come se noi ormai ci fossimo inoltrati nella postmodernità, perché la possibilità che l'uomo ha avuto di mettere le mani sulla sua genesi, sul suo inizio, e quindi di perdere di vista l'origine e perciò il dono e la gratuità, segna la nascita di una nuova epoca. La modernità è finita perché questo dato l'ha fatta finire, e noi oggi siamo di fronte a un inedito radicale: da quando l'uomo è sulla terra questo (l'aver messo le mani sull'inizio e sulla fine della vita) non è mai stato possibile. Succede ora . Questo per forza dà vita a una nuova epoca, lo si voglia o non si voglia. Dunque, è come se fossimo in un grande cantiere.

lo ripeto sempre che l'uomo postmoderno è come un pugile suonato sul ring - mi spiace aver usato due volte un'immagine tratta dal pugilato, la prima per definire la politica, la seconda per definire l'uomo, ma è efficace ; è come un pugile che ha preso un uppercut e che, prima dei nove secondi, barcollante si tira su e cerca di stare in piedi.

Noi siamo così, per cui abbiamo bisogno di una solidarietà straordinaria e di lavorare insieme, tirando fuori tutto quello che siamo.

Sono molto lieto non solo di aver partecipato a questa vostra esperienza, ma anche di aver constatato il modo in cui vi trattate. Forse appare troppo poco, voi che avete il nesso con i media dovreste far vedere che c'è anche questo Parlamento, che c'è anche questa Italia, che non c'è solo altro. (Applausi) Lo dico sinceramente, perché è molto importante.

Anch'io, come il senatore Treu, sono piuttosto pessimista sulla possibilità che il mondo dell'economia sia apra a questa dimensione. Ma non lo sono del tutto: ci sono molti i segni del contrario. Per esempio, mi colpisce che i mondi dell'economia abbiano il desiderio di invitare a partecipare ai loro convegni vescovi e teologi. Quando ero Rettore alla Pontificia Università Lateranense, nel 1997-1998 ho guadagnato la massima cifra della mia vita per una conferenza in un seminario di venti top manager fatto dali'Ambrosetti a Roma, in cui con un buddista e un induista illustravamo il peso della religione e l'economia.

Anche la stessa genesi della business ethics dice qualcosa da questo punto di vista, e qui ci vuole molto coraggio. Talune sue considerazioni sulla cooperazione possono essere una strada, laddove sarebbe importante che i sindacati ritrovassero un peso creativo. Adesso si è aperto questo dibattito sulla partecipazione degli operai, che considero un tema classico, che Maritain e altri avevano  sviluppato. Forse ora, superate le utopie del secolo scorso, siamo in grado di pensarlo più pragmaticamente.

Come evidenziato dal professor Quagliariello, si tratta di un cammino a piccolissimi passi, che si può fare in Italia più che altrove. Sarebbe infatti importante ritrovare la coscienza e l'orgoglio della nostra storia, pur così federata e suddivisa in cento campanili, per comunicare con i partner europei, i grandi mondi emergenti asiatici e latinoamericani e in particolare il mondo che ancora attende un minimo di giustizia, ovvero l'Africa subsahariana. Se infatti vogliamo parlare di sviluppo integrale, bisognerà per forza chinarsi e permettere alla soggettività africana di entrare in campo creativamente come un soggetto, senza sentimentalismi.

Una delle esperienze più interessanti per chi appartiene ad un Collegio cardinalizio è la partecipazione al Sinodo dei vescovi. Credo non esista assemblea comparabile a quella, dove per trenta giorni di fila si vede emergere il mondo intero attraverso la descrizione delle chiese. Si constata anche l'attuale rischio di mitizzare l'Africa o l'America latina, in nome del futuro. Non si tratta di dequalificare l'Europa, perché nel bene e nel male la mind europea continua ad avere un peso decisivo dal punto di vista dell'elaborazione del pensiero, ma deve riuscire a guardarsi secondo un'ottica di sviluppo integrale, che, come dice bene il Papa, è un percorso, non una meta. Ecco allora la pazienza dei tempi ben nota a voi che dovete costruire ogni giorno il nobile compromesso con cui governate il Paese, e non dovreste avere timore del piccolo passo. È l'orizzonte che deve essere integrale, che deve essere largo, ma il passo è quello che realisticamente si può fare. Bisogna battersi per farlo secondo un orientamento alla verità e secondo le effettive possibilità. lo cito spesso una frase pronunciata da Ratzinger prima di diventare Papa: "non l'assenza di compromesso è il cuore della politica, ma il compromesso", laddove cum promitto significa promettere insieme. E aggiungo sempre l'aggettivo "nobile" per non essere equivocato sottolineando come il sovrano al quale si promette sia il popolo. Grazie.

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