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LA CRISI DELL’ADOZIONE INTERNAZIONALE. VERSO LA RIFORMA DELLA LEGGE N. 184/1983

 

 

Intervento dell’On. Alessandro Pagano

(Capogruppo del Popolo della Libertà in Commissione Bicamerale Infanzia)

Roma, Sala delle Colonne – Camera dei Deputati

Giovedì 13 dicembre 2012, ore 14


 

 

Premessa 

•             Negli ultimi anni si è assistito ad un sensibile calo delle richieste di adozione internazionale: da 7652 (2004) a 5576 (2010). Le cause non possono essere identificate in una diminuzione dei minori fuori famiglia nel mondo, il cui numero è anzi aumentato da 148 milioni  nel 2004 a 163 milioni nel 2009. Da cosa dipende allora?

•             L’analisi che fa l’Aibi di questa situazione è significativa e convincente. 

Analisi delle cause del fenomeno

Il motivo principale per cui l’adozione internazionale (ma anche nazionale) è oggi in crisi è correttamente identificato dall’analisi dell’Aibi in una cultura negativa dell’adozione. 

Gli aspiranti genitori sono guardati con sospetto dai giudici e dagli assistenti sociali. La cultura negativa dell’adozione è spesso purtroppo condivisa da molti operatori del settore (dai servizi sociali, ai magistrati, ad alcuni enti per le adozioni), talvolta abituati o addirittura formati a guardare con sospetto gli aspiranti genitori adottivi come persone che ricercano nell’adozione la gratificazione di proprie aspirazioni egoistiche, il compimento di progetti di vita fallimentari o anche un atto di prepotenza verso culture o popoli in via di sviluppo, che per mancanza di risorse sono costretti ad abbandonare i propri bambini.  

A questa visione dell’adozione come sottrazione da parte dei popoli capitalisti delle uniche risorse a disposizione dei popoli “proletari” (i figli appunto), in nome del potere del denaro, fa da pendant una concezione dello Stato ancora oggi presente in alcuni Paesi (in particolare dell’Est europeo), per i quali esso è il vero “padre” di questi figli indigenti, al punto che sarebbe preferibile che questi bambini rimanessero nella loro terra e nella loro cultura di origine (sia pure senza una famiglia o in un istituto), piuttosto che venire sradicati e inseriti in famiglie estranee, che ne fanno oggetto delle proprie aspirazioni egoistiche. Sappiamo tutti qual è la visione fallimentare dello Stato e della famiglia che sottostà a questa visione del mondo, che identifica il bambino come soggetto del tutto avulso da una famiglia di riferimento o che addirittura ne fa una parte del patrimonio nazionale di un Paese.

Individuare questa cultura negativa dell’adozione che ancora permane in certi ambienti e in certi settori ideologici anche della nostra società, saperla isolare e neutralizzare per riaffermare il diritto di ogni bambino ad avere una famiglia, prima ancora che una cultura di origine o un’appartenenza etnica, è il nostro compito di legislatori e il nostro dovere di esseri umani.

 Il primo passo per combattere la cultura negativa dell’adozione consiste nell’eliminazione di quel pregiudizio, ancora persistente tra gli “addetti ai lavori”, per i quale l’adozione è l’atto di egoismo di una coppia di adulti (spesso immaturi, frustrati o anche semplicemente inadeguati) nei confronti di un bambino. Oggi la valutazione della coppia adottiva sulla base di questo pregiudizio è infatti concepita come una “selezione”, che elimina non solo tutti i genitori inadatti o psicologicamente incapaci di affrontare le difficoltà del processo adottivo, ma anche quelli che non si mostrano a tutti gli effetti eccellenti sul piano psicologico, economico, talora anche fisico (l’assenza di malattie congenite e non solo!).

A questa stregua, ma talvolta anche sulla base di un vero e proprio abuso di posizione di vantaggio, vengono eliminati anche tutti quegli aspiranti genitori adottivi che non danno garanzia di essere compatibili con un certa visione del mondo, della famiglia, dei rapporti sociali e magari anche politicamente non sufficientemente corretti.

Alcuni casi 

Ho sentito di coppie ritenute inidonee perché il padre faceva il carabiniere e aveva prestato servizio nei Balcani, o perché la madre era una manager affermata e il padre (più giovane) rimaneva a casa a occuparsi del figlio, o perché uno dei due genitori aveva una malattia congenita che gli dava proiezioni di vita inferiori alla media nazionale. In questa opera di giudizio complessivo di idoneità troppo spesso si intrecciano le convinzioni individuali degli operatori del settore, per non parlare della inconsapevole volontà di ergersi a giudici della vita altrui, in cui si ritrovano senza distinzione ultraconservatori e aspiranti riformatori della società, moralisti e laicisti, lassisti e integralisti di ogni dove. 

Tutto questo discorso serve solo a mettere in luce che troppi attori all’interno del percorso adottivo si fanno artefici del destino delle coppie in nome di un presunto interesse del minore, che spesso invece esprime il riflesso di pregiudizi ideologici (certi mestieri o professioni non sono valutati “adatti” ad allevare figli), di una presunzione paternalistica di sapere qual è il bene non solo del minore o anche della coppia (per es. da parte di enti che scelgono da quale Paese del mondo la coppia “deve” adottare).

Il tutto in base all’idea che per diventare genitori adottivi bisogna meritarselo o – peggio ancora – espiare qualche peccato d’origine.

Dalla selezione all’accompagnamento 

La proposta dell’Aibi sembra per la prima volta andare contro questi pregiudizi ponendo l’accento sulla necessità di passare da una concezione del percorso adottivo come “selezione”, teso a valutare le capacità oggettive e soggettive della coppia in base a parametri predeterminati, ad una cultura dell’”accompagnamento” della coppia, volto a consentire agli aspiranti genitori di raggiungere la maturità necessaria ad adottare.

 Le proposte dell’Aibi possono essere valutate singolarmente nel merito in un senso o nell’altro, ma hanno l’enorme pregio – a mio avviso – di rovesciare questa concezione paternalistica, ideologica, ipocritamente moralistica dell’adozione, affermando senza mezzi termini che il bambino ha diritto ad avere una famiglia. Il che significa spesso una famiglia magari imperfetta, ma pur sempre una famiglia. Una famiglia imperfetta è meglio di nessuna famiglia.

In questo senso, va letto l’abbattimento degli ostacoli burocratici che intralciano il percorso adottivo, accorpando fasi ripetitive o eliminando passaggi inutili; l’accorciamento dei tempi dell’intero percorso attraverso la fissazione di termini perentori per la conclusione di certe fasi procedurali; la razionalizzazione degli attori procedurali a cominciare dagli enti per le adozioni. 

In sostanza è compito del legislatore correggere quelle distorsioni di fatto per le quali il successo di un’adozione (intesa sia come perfezionamento del percorso adottivo, sia come prosieguo del rapporto successivamente all’adozione stessa) dipende spesso dalla casualità, dalla fortuna, dalla collocazione territoriale o magari anche dalle disponibilità economiche della coppia stessa (oltre che da risorse psicologiche impropriamente testate dai “giudici” della felicità altrui). 

Qualcuno dice che la legge n.184 del 1983 era coerente con quel periodo storico e che oggi al massimo va aggiornata.  Non è vero! Anche prima tanti bambini venivano concessi con facilità da alcuni Stati,  la legge era sbagliata lo stesso. Con una legge diversa infatti i bambini adottati sarebbero stati molti di più.

 Tutti i Paesi ci ammirano per l'elevato numero di adozioni, ma il merito non è della legge, e men che meno delle strutture (sistema giudiziario, assistenti sociali). Il merito è del nostro ethos, della nostra cultura cristiana. Le strutture e la legge 184 hanno fatto peggiorare le cose e cambiato la mentalità. 

Conclusioni 

1.            La proposta di legge dell’Ai.Bi. è buona. L’abolizione del "decreto di idoneità della coppia" emesso dal Tribunale dei minori è una proposta positiva perché elimina un filtro inutile e lungo: i magistrati non leggono mai le carte ma si fidano dei giudizi degli assistenti sociali.

2.            Bisogna attivare il "Principio di Sussidiarietà": non faccia il tribunale, ciò che può essere fatto dalle associazioni e dagli assistenti sociali. Le associazioni  devono essere “accreditate” e iscritte in un apposito Albo. Devono essere super selezionate per qualità e ramificate sul territorio per abbattere i costi (20 associazioni al massimo). Il Rinnovo dell’accreditamento deve essere triennale sulla scorta di valutazioni soggettive (giudizi) e oggettive (griglie di valutazione stabilite dal Ministrero).

3.            Riduzione dei costi. Il sospetto è che i 24 mln di euro servono a mantenere le strutture burocratiche. I costi devono essere abbattuti di almeno il 70%.

4.            L’Italia è il Paese con il maggiore gap tra figli desiderati, agognati, e figli concepiti. Talvolta ciò accade per motivi economici  e ciò dispiace ma talvolta perché pur avendo le risorse economiche, tali coppie non possono avere figli per motivi naturali, e a loro non vengono concesse le adozioni  dai tribunali.

Risolvere questo problema con una legge sulle adozioni moderne è indispensabile.

 

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