Venerdì, 06 Dicembre 2019

 

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Intervento dell'On. Alessandro Pagano riguardante l'interpellanza urgente (2-00059) con risposta del sottosegretario Alberto Giorgetti

 

 

 

ALESSANDRO PAGANO. Signor Presidente, signor sottosegretario, gentili colleghi, uno dei problemi più grossi dell'ora presente e di quest'epoca che stiamo attraversando è la perdita della memoria storica.


Non mi riferisco a fatti di cento anni fa o di venti anni fa, ancora peggio: fatti di soltanto due mesi, tre mesi prima vengono dimenticati. Io, in questo momento, ho una rassegna stampa del 27 marzo che vorrei evocare a mo’ di testimonianza rispetto al tema che è stato sollevato oggi, per far comprendere che tale tema non è frutto di un caso, bensì c’è un disegno, una programmazione, ahimè, ai nostri danni ed è bene che questo ragionamento diventi oggetto di dibattito e di confronto. 
Il 27 marzo ultimo scorso, in occasione del fallimento del primo accordo Unione europea-Cipro, ci fu un durissimo scontro tra Schäuble, il Ministro delle finanze tedesco, e il Primo ministro cipriota, Anastasiades: sostanzialmente, il primo si lamentava nei confronti del secondo per il mancato rispetto degli accordi, cioè il prelievo forzoso dai depositi bancari ciprioti. Il mancato accordo fu poi fatto pagare ai ciprioti con un costo che è noto a tutti, cioè al 40 per cento. 
Quel piano, il 27 marzo, fallì e ci fu una reazione forte di Schäuble, che sostanzialmente disse: «non sono però affatto preoccupato, perché c’è la BCE che è un buon paracadute, i nostri programmi saranno sostanzialmente tutti realizzati – tra un po’ spiegherò per bene che cosa intendeva Schäuble – e, quindi, possiamo – testualmente – occuparci dei nostri interessi nazionali». Sappiamo bene quali sono gli interessi del Ministro tedesco, che guardava soprattutto alle elezioni tedesche e, comunque, in generale ha un'insofferenza nei confronti dei Paesi periferici, percepiti come inaffidabili in maniera quasi irredimibile. Ovviamente, noi siamo tra questi. 
  Quello di Schäuble, comunque, non è un pensiero casuale, perché in verità, come voi sapete, i tempi e i ritmi economici e finanziari vengono oggi dettati dalla Germania: quindi, sostanzialmente, ci fu un cambiamento di rotta, segnalato anche nella famosissima intervista al Financial Times del Presidente dell'Eurogruppo, Dijsselbloem – anche se poi in parte fu smentita –, nella quale veniva detto: da questo momento in poi, ci dobbiamo scordare la ricapitalizzazione diretta delle banche. 
  Le cose qui non sono evocate per caso, perché dobbiamo andare adesso in tandem con la nuova norma che è stata prevista e che è stata sdoganata, cioè la norma chiamata «bail-in», «paracadute», che è il principio secondo cui a pagare devono essere gli azionisti e gli obbligazionisti e che la strada dell'Unione europea a proposito dei due pilastri fondamentali che hanno sempre contraddistinto la libertà dei popoli in questa materia è quella che, alla base di tutto, ci deve essere un «fondo di garanzia»; e che, quindi, la garanzia nei confronti del cittadino, del risparmiatore, era data dallo Stato che doveva intervenire per garantire gli stessi. 
  Tutto questo sembra che sia saltato. Il primo a rendersene conto in assoluto – ogni tanto, qualcosa la azzecca pure lui – è il Presidente francese, Hollande, che dice testualmente: è qualcosa di inaccettabile e sulla garanzia dei depositi bancari noi saremo assolutamente fermi, è un principio assoluto e irrevocabile; manterremo lo status quo. Speriamo che questa sua posizione virtuosa venga mantenuta, perché, ovviamente, noi abbiamo bisogno di alleati rispetto alla strategia tedesca. 
  Ho fatto questa premessa per spiegare concretamente che, ormai, mi sembra che ci sia una tendenza a cambiare le regole del gioco e, cioè che, nello specifico, primo: le condizioni strutturali per le quali le banche raccolgono risorse nel medio e lungo periodo cambieranno; secondo: la capacità di dare sostegno alle piccole e medie imprese da parte delle banche sarà pregiudicata. 
  La futura direttiva introdurrà come innovazione assoluta nell'ordinamento italiano lo strumento del Bail-in – noto come conversione forzosa degli strumenti di debito emessi dalle banche, in strumenti di capitale di rischio, oppure, in alternativa, decurtazione forzosa del valore dei titoli di debito di una banca che versi in condizione di crisi – con il fine di evitare il ricorso al salvataggio della stessa banca con denaro pubblico. 
  Il disegno dello strumento del bail-in va letto unitamente alle norme appena varate dalla CRD IV/CRR (Basilea 3) sui requisiti di capitale e di liquidità per l'esercizio dell'attività bancaria, tenuto conto anche dei vincoli della MifiD/Mifir per quanto riguarda gli obblighi in capo agli emittenti di strumenti finanziari presso il pubblico dei risparmiatori. Ciò pone chiaramente il problema cruciale per il nostro sistema bancario di raccogliere a condizioni sostenibili per poter finanziare l'economia reale e gli investimenti di medio-lungo termine della piccola e media impresa italiana. Si tratta di un tema di grande rilevanza, anche in considerazione della ripresa dell'economia che tarda a manifestarsi. 
  Il nostro Parlamento, nel dicembre 2012, proprio perché era preoccupato, dettò degli indirizzi generali che andavano proprio all'interno di quello che ho appena detto, e cioè individuò precisi orientamenti affinché il futuro regime di gestione delle crisi bancarie non pregiudicasse ulteriormente la capacità della parte sana del sistema bancario di continuare a stare al fianco del sistema produttivo del Paese al fine di realizzare lo sviluppo e la salvaguardia della coesione sociale. Tradotto, ciò significa che il Parlamento era preoccupato nel salvaguardare principalmente i nostri obbligazionisti e i nostri azionisti qualora si fossero presentate situazioni di criticità. Tutto questo, dunque, non solo per salvaguardare azionisti e obbligazionisti ma per salvaguardare, poi, i beneficiari di questa raccolta di fondi che le banche ovviamente avrebbero riversato a favore delle piccole e medie imprese, concedendo crediti. 
  Quindi, vi è una situazione che oggi possiamo dire paradossale, dove ci sono le piccole e medie imprese che non ricevono finanziamenti da parte del sistema bancario; e mi sembra di poter dire che il fenomeno si accentuerà ancora di più qualora il bail-in si dovesse realizzare nella sua interezza. 
  Qualcuno dirà che questa è direttiva europea, ma noi siamo qui anche per portare avanti le nostre idee e non a subire. Sappiamo che c’è un'ostilità nei confronti del modello Italia che è giudicato retrogrado rispetto ai grandi modelli del Nord. Ci hanno spiegato che la grande industria era straordinaria e che la piccola impresa non valeva niente, peccato che lo dicessero perché erano invidiosi perché noi avevamo, e speriamo di mantenerla, una piccola e media impresa eccezionale, capace di reggere le grandi sfide mondiali con una capacità e una flessibilità fuori dal comune; questo ovviamente non andava bene ai grandi modelli economici centralisti e statalisti. 
  Ci hanno spiegato che le famiglie italiane erano un disastro e poi abbiamo scoperto che le famiglie italiane erano quelle meno indebitate rispetto alle famiglie dell'Europa del nord ed erano addirittura virtuose perché risparmiavano. 
  Questo fatto fa impazzire alcuni popoli del Nord che dominano in questo momento la scena economica; per loro sapere che noi abbiamo 8 mila 500 miliardi di euro di attivo nelle nostre famiglie (sono il frutto dei sacrifici dei padri, dei risparmi e della mentalità che ci portiamo avanti da generazioni) evidentemente li fa stare male.   Tuttavia, al di là della boutade patriottica, mi consentirete, il dato concreto invece è un altro: noi dobbiamo intervenire in Europa per far sì che il nostro peso diventi e sia un altro.  Questo Governo di solidarietà nazionale ha un significato fondamentale; noi abbiamo dato forza ad un Esecutivo perché quando l'Esecutivo si presenta debole agli occhi di chi vuole spadroneggiare ovviamente ne subisce di tutti i colori; quando invece si ha la forza – forza che viene ovviamente dall'avere un Governo forte nei numeri oltre che nella capacità di immaginare un percorso – ovviamente i risultati sono diversi. 
  Signor sottosegretario, signor Ministro, quello che noi immaginiamo è che ovviamente si battano i pugni (capisco che fino al giorno 29 dobbiamo fare i bravi e i buoni perché è in corso la procedura di infrazione a carico dell'Italia); ma dal giorno 30 questa interpellanza urgente vuole dare una forza ulteriore all'Esecutivo per far sì che vada in Europa a ridiscutere su tutto. 
  Quindi, concludendo con lo specifico tema del bail-in, si deve prestare doverosa tutela ai piccoli risparmiatori. Questo è quello che si chiede – e concludo, signora Presidente – anche oltre i livelli minimi previsti dalla garanzia dei depositi bancari. In effetti, poiché il bail-in introdurrà un meccanismo di salvataggio delle banche a carico degli investitori è necessario che il piccolo risparmiatore non sia equiparato all'investitore istituzionale o, comunque, «sofisticato». Penso che questa sia una richiesta legittima che giustifichi questa interpellanza urgente e ci aspettiamo naturalmente che il Governo agisca in maniera consequenziale.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Pagano.  Il sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze, Alberto Giorgetti, ha facoltà di rispondere.

ALBERTO GIORGETTI, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, l'interpellanza urgente dell'onorevole Brunetta n. 2-00059, nel richiamare i contenuti della proposta di direttiva in materia di gestione e risoluzione delle crisi bancarie, tra cui il meccanismo del bail-in, chiede al Governo di assumere idonee iniziative in Europa e in ambito nazionale affinché la citata direttiva non si traduca in un ostacolo all'attività di finanziamento del sistema produttivo. 
  Al riguardo, sentita la Banca d'Italia attraverso il Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio, si fa presente che con riferimento al meccanismo di bail-in, l'esperienza acquisita in questi ultimi anni ha messo in luce l'importanza per gli ordinamenti nazionali di dotarsi di strumenti che assicurino che le perdite derivanti dal dissesto di un intermediario bancario siano sopportate dai suoi creditori (oltre che dai suoi azionisti) senza il ricorso all'intervento pubblico. In questo senso, il bail-in è stato incluso fra gli strumenti di risoluzione indicati dal Financial Stability Board nelle proprie raccomandazioni, che sono state approvate dai Paesi del G20 del novembre del 2011. 
  Infatti, il bail-in rappresenta un elemento centrale nella proposta di direttiva sul risanamento e la risoluzione delle crisi bancarie adottata dalla Commissione nel giugno del 2012, che prevede, in situazioni di instabilità sistemica, il potere delle autorità di disporre la svalutazione o la conversione in azioni delle passività, imponendo perdite agli azionisti e ad alcune categorie di creditori. 
  La direttiva è attualmente in discussione presso le competenti istituzioni europee. Nel contesto del negoziato in corso, il Governo italiano si è espresso favorevolmente nei confronti di un sistema armonizzato al bail-in in ambito europeo, al fine di ridurre l'incertezza per gli investitori, limitare i rischi legali per l'autorità, ed evitare effetti di spillover fra i diversi Stati membri, legati al possibile trattamento non uniforme dei creditori in Europa. 
  Tenuto conto delle implicazioni sui diritti dei creditori delle banche in difficoltà, la proposta di direttiva prevede che nell'attivazione dello strumento debba applicarsi il principio di proporzionalità. Tale principio verrà opportunamente graduato nel recepimento della direttiva nell'ordinamento nazionale. 
  Per quanto riguarda l'impatto del nuovo quadro normativo europeo sui costi di raccolta bancaria e sulla capacità di finanziare le piccole e medie imprese, la nuova disciplina europea dovrebbe essere applicabile a tutte le banche a prescindere dalla loro dimensione o dalla loro natura giuridica. Questo principio appare in linea con la previsione contenuta negli strumenti, secondo cui un efficace regime di risoluzione dovrebbe essere applicabile non solo alle istituzioni aventi rilevanza sistemica, ma a tutti gli enti il cui fallimento potrebbe rivelarsi critico. 
  La proposta di direttiva prevede, inoltre, che l'imposizione agli intermediari di speciali oneri regolamentari, debba essere giustificato dalla necessità di tutelare interessi pubblici (in particolare, la salvaguardia della stabilità finanziaria), sulla base del principio di proporzionalità. L'applicazione di tale principio assume particolare rilievo per la valutazione degli istituti disciplinati dalla direttiva, tenuto conto delle loro possibili implicazioni sui diritti dei creditori della banca in difficoltà e, conseguentemente, sul costo della raccolta. 
  Per quanto concerne, infine, le banche italiane di minori dimensioni operanti a livello locale, va precisato che nel passato – anche recente – le crisi di tali intermediari non hanno posto un significativo livello di rischio sistemico, essendo state risolte facendo ricorso agli strumenti ordinari previsti nel nostro ordinamento (l'amministrazione straordinaria, la liquidazione coatta amministrativa, l'intervento dei sistemi di garanzia dei depositanti). L'entrata in vigore della direttiva in materia di crisi bancarie e il suo recepimento nel nostro ordinamento non dovrebbe impedire di continuare a far ricorso alle modalità di risoluzione delle crisi, già impiegate con successo dalle competenti autorità italiane.  Rispetto alle sfide complessive indicate dall'onorevole Pagano, ovviamente il Governo è sensibile, e compatibilmente con un quadro di carattere internazionale che sappiamo essere particolarmente complicato, farà valere le proprie ragioni per la tutela dei giusti interessi nazionali.

PRESIDENTE. Il deputato Pagano ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta alla sua interpellanza, per dieci minuti.

ALESSANDRO PAGANO. Signor Presidente, sono soddisfatto ma non avevo dubbi perché la competenza del sottosegretario è nota e la linea del Governo – ovviamente è facile da intuire – sarebbe stata la medesima. Però devo utilizzare questi pochi minuti per ricordare alcune cose, non tanto al Governo e ai pochi presenti, ma almeno sono cose che rimangono agli atti e ciò serve per fare cultura, per ragionare, per diffondere e per confrontarsi nelle proprie tesi. 
  Mi riferisco ad una intervista, signor sottosegretario, che è apparsa un po’ di mesi fa, di Vladimir Bukovskij che, com’è noto, è il più grande dissidente sovietico e che adesso vive a Cambridge. Egli era in esilio già prima del 1989 (chi ha memoria si ricorderà del famoso scambio con il leader comunista cileno di quell'epoca, Luis Corvalán). Ebbene, Bukovskij dice delle cose molto interessanti che, secondo il mio modesto parere, vale la pena raccontare. Quindi, farò il lettore di un grande della storia contemporanea. 
  Dice l'intervistatore: è almeno dal 2000 che lei sostiene che l'Unione europea è copia conforme dell'Unione sovietica. Gli aspetti in comune da lei evidenziati partono dall'impalcatura stessa della nuova Europa, un'unione in Repubbliche dall'impianto socialista, rette da una manciata di persone non elette che fanno promesse tipicamente bolsceviche, uguaglianza, equità e giustizia – quella giustizia, quella equità, quella uguaglianza – e non riconoscono le Nazioni ma solo i cittadini di un popolo nuovo, con «europeo» al posto di «sovietico». A tanti anni di distanza, gli eventi mi pare che le stiano dando ragione. 
  Ha dimenticato la somiglianza – dice Bukovskij – nel modo di iniziare, come fu creata l'Unione sovietica ? Certo, con la forza militare, ma anche costringendo le Repubbliche a unirsi con la minaccia finanziaria, facendo loro paura economicamente.

Quindi ci siamo, ma siamo ancora all'inizio della prima fase. La meta finale di tutte le unioni che si sono costruite fino ad ora non si esaurisce con la sottomissione al controllo di Bruxelles ma va oltre. Quello a cui si punta è l'edificazione di un unico Stato sotto un unico Governo mondiale, con un'unica legge e un'unica pensione e così via. Le crisi finanziarie servono a spingere in questa direzione. 
  È fortissima questa affermazione. Quindi – dice l'intervistatore – l'impoverimento generale dunque sarebbe voluto ? È il concetto stesso di unione – risponde Bukovskij – a togliere flessibilità all'economia. Un'unica economia rende impossibili i continui aggiustamenti necessari per favorire gli scambi, ed è vero è una logica assoluta. Non dimentichiamoci che anche l'Unione sovietica andò in bancarotta; certo, eravamo molto più avanti nella strada per l'integrazione verso un unico Stato, non solo monetaria ma anche di popolo, ma l'URSS a differenza dell'Europa aveva risorse enormi. Ogni tanto tiravano fuori una miniera di petrolio, di diamanti e di oro, e reggevano. E questo li ha fatti andare avanti, altrimenti sarebbero falliti non negli anni Ottanta, ma già alla fine degli anni Trenta, cioè dieci anni dopo – o quasi – la Rivoluzione bolscevica del 1917. 
  Ancora, un'altra domanda: ha detto che la crisi è solo alla prima fase, la seconda ? Con il tempo si passa alla sfiducia che può portare all'ostilità. Quella è la prossima fase e gli esempi abbondano: basti pensare alla ex Jugoslavia, all'ex Unione sovietica, Paesi costretti a convivere sotto lo stesso tetto, che sono cresciuti sotto una bandiera federale ma che poi, quando la pentola a pressione è scoppiata, sono andati via. 
  È per questo che stanno piano piano unificandosi anche le forze militari. Si tratta di una costruzione di uno Stato unico, unico Governo, unico Presidente, unica politica; le difficoltà economiche aiutano a ridurre la sovranità perché la gente è più disposta ad accettare ed obbedire. Usano l'economia per schiacciare lo Stato nazionale, a me pare che la usino per schiacciare la gente. 
  Dunque un progetto socialista. Non conosco personalmente gli eletti a Bruxelles, però mi sembra di leggere il libro di Lenin «Stato e Rivoluzione», che spiega come morirà lo Stato nazionale. Le sue parole ultime furono: appassirà fino a sparire. 
  Signor sottosegretario, signor Presidente, io penso che abbiamo il dovere di interrogarci se questa Unione europea è quella che i nostri padri costituenti hanno voluto. La Comunità europea era ben altra cosa. Nacque perché doveva realizzare la cooperazione fra Stati, nacque perché Schuman, Adenauer, De Gasperi realizzarono una capacità di cooperazione che era assolutamente propositiva. 
  Mi pare di avere colto in quegli anni, quelli che hanno segnato l'inizio della Comunità europea, una crescita economica e sociale straordinaria. 
  L'Unione europea, quella che nasce nel 1992, quella che nasce con gli accordi che poi hanno portato alla moneta europea, è ben altra cosa. Bisogna tenere la guardia alta ed evitare che succedano situazioni di questo genere: oggi abbiamo parlato di bail-in e della distruzione dei piccoli risparmiatori, ma già possiamo contare decine di esempi di questa Europa, che sa solo misurare la lunghezza del cetriolo attraverso logiche burocratiche e che, invece, non interviene realmente a favore della gente. L'intervista di Bukovskij sembra ci si voglia dire che qui il programma sia in autentica malafede. Vigilare in questo senso non è una cosa sbagliata.

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