Venerdì, 24 Maggio 2024


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Globalizzazione o mondializzazione?

Globalizzazione o mondializzazione?

(Organizzato da Connect Sud e Libri Scheiwiller)

Fra gli intervenuti: Dr. Reginald Bartholomew (già Ambasciatore degli Stati Uniti d'America in Italia e Presidente Merryl Linch Italia); Prof. Marco Vitale (Presidente onorario AIFI - Ass. It. investimenti e finanziamenti nel capitale di rischio - Economista d'impresa); Dr. Salvatore Bragantini (Consigliere delegato di Centro Banca, già Commissario CONSOB ed editorialista de "Il corriere della sera");Prof. Anna Gervasoni (Dirigente Generale AIFI); Dr. Salvatore Tomaselli (Presidente Connect Sud).

Traccia della relazione dell’On.le Alessandro Pagano – Ass. Reg. al Bilancio e Finanze.

Viviamo una crisi mondiale, lunga, complessa e seria! Una crisi che è economica, ma anche sociale e antropologica.

La Centesimus Annus ha spiegato bene questi errori (con riferimento al socialismo).

Quando il singolo uomo è un semplice elemento subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale, viene annientato. Quando non è elemento propulsore, gli spengono lo spirito d’iniziativa. "Non si possono ignorare gli innumerevoli condizionamenti, in mezzo ai quali la libertà del singolo uomo si trova ad operare. Dove la società si organizza riducendo arbitrariamente o addirittura sopprimendo la sfera in cui la libertà legittimamente si esercita, il risultato è che la vita sociale progressivamente si disorganizza e decade" (Centesimus Annus 25);

1) Pessima antropologia nei paesi del 2° mondo, specie nei paesi islamici;

2) Pessima antropologia nei paesi in via di sviluppo (Hernando de Soto "Mistery of Capital": De Soto ha condotto una ricerca empirica in numerosi paesi in via di sviluppo ed ex socialisti domandandosi: perché qui il capitale non diventa sviluppo? Egli ha così scoperto e dimostrato che i poveri dei paesi poveri hanno degli attivi (casa e risparmio) notevoli. Nel solo Egitto le attività dei poveri sono 55 volte più elevate di tutti gli investimenti esteri ricevuti dall’Egitto dal 1945, diga di Assuan compresa. Ma queste attività non riescono a diventare capitale, cioè beni legali, tutelati e quindi produttivi. In molti paesi il 90% delle case costruite dai poveri sono illegali, quindi non esistono e quindi non sono capitale. I risparmi non sono in banca. De Soto ha dimostrato sperimentalmente che a Lima un povero per esercitare il diritto ad avere un pezzo di terra governativo per costruire una casa legale doveva superare 728 passaggi burocratici; che per avere una licenza di taxi occorreva un lavoro burocratico di 26 mesi; che per aprire una piccola impresa occorrevano 289 giorni di pratiche burocratiche alla media di sei ore di lavoro al giorno. Ciò che manca, conclude De Soto, è il diritto. Solo quando il capitale del singolo è protetto può diventare fattore di produzione;

3) Le Nazioni non nascono ricche, diventano ricche.

I fattori della ricchezza economica sono:

- la certezza del diritto e del quadro giuridico;

- la stabilità dei governi e loro alto senso istituzionale ed etico;

- un’economia orientata al principio di sussidiarietà.

Il project-financing ha avuto successo in tutto il mondo (negli ultimi 7 anni in Spagna realizzati 2000 Km) ma non in Italia (e men che meno in Sicilia) perché per realizzare il project-financing ci vogliono 2 condizioni:

a) certezza nei tempi di autorizzazione dell’OO.PP.

b) certezza nei tempi di realizzazione dell’OO.PP.

A ciò aggiunga la cronica mancanza di progetti esecutivi, da qui la proposta alle categorie produttive di immaginare un’opera di sostegno o di supplenza dei privati.

4) In Sicilia non ci sono gli eccessi del Perù o dell’Egitto (vedi De Soto), ma sono sempre lunghi i tempi per far diventare il capitale fattore produttivo. E comunque l’autonomia a conti fatti non è stata sfruttata, anzi ci ha penalizzato. "Dove non si pianifica, si gestisce solo l’emergenza" (Cav. Benedini).

Gli ostacoli da rimuovere:

a) Modificare il regolamento ARS (mutuare il regolamento Senato).

Appello di Sturzo ai siciliani (24 marzo 1959): "Le speranze, (di autonomia), sempre vive nel cuore dei siciliani, furono discretamente realizzate nel maggio 1946 con il decreto – legge di autonomia, trasformato nel 1948 in legge costituzionale. Ebbene da allora in poi l’opinione pubblica italiana guarda alla Sicilia come a una regione estraniata, da tenersi sotto osservazione; si cerca di sottrarle diritti riconosciuti, contestandone istituti, limitandone poteri, diminuendo contributi, vessandone l’organizzazione con interventi tale da minorarne persino personalità, libertà possibilità di sviluppo. Dall’altro lato, i siciliani chiamati a costituire e governare la Regione, presero, fin dai primi giorni, l’aria di voler ricopiare il parlamento e il Governo nazionale; mostrarono una larghezza pomposa e allo stesso tempo vennero meno alla dovuta regolarità dell’amministrazione, alla fermezza della disciplina, alla rigida responsabilità legislativa e attiva.

Leggi non mancano in Sicilia: direi ce ne sono troppe e se ne fanno con ritmo accelerato specie per favorire categorie impiegatizie o per la creazione di enti inutili, parassitari, costosi (come a Roma); ma le vere sistemazioni idrauliche forestali, a parte le poche e non tutte fortunate della Cassa per il Mezzogiorno, sono quanto meno abbandonate alla loro sorte e nelle mani di una cattiva organizzazione di corpo privilegiato: non valeva la pena istituire la Regione per fare un copione della inabilità amministrativa dello Stato italiano in tale materia.

Le statizzazioni e le regionalizzazioni sono i nemici della produttività e della stessa classe lavoratrice; bisogna avere il coraggio di affermare questa verità e difenderla nel campo pratico. La Regione dovrebbe limitarsi a dare esenzioni fiscali o concorsi integrativi; non pretenderete di fare il doppione dell’infausto mistero delle partecipazioni, che è uno dei bubboni politico-economici dello statalismo imperante…

Così arriviamo al punto principale: formazione di tecnici, di studiosi, di specializzati; costino quel che costino; la Regione invece di tenere due o tre mila impiegati più o mejo senza titolo nei vari dicasteri ed enti, che ha il piacere di creare a getto continuo, ne tenga solo mille; ma contribuisca ad avere mille tecnici, capi azienda specializzati, professori eminenti, esperti di prim’ordine. Solo così la Regione vincerebbe la battaglia per oggi e per l’avvenire; sarebbe così benedetta l’autonomia da noi vecchi e dai giovani; i quali ultimi invece di chiedere un posticino nelle banche o fra le guardie carcerarie, sarebbero i ricercati delle imprese industriali agricole e commerciali nazionali ed estere.

Scuole serie, scuole importanti, scuole numerose, scuole che insegnano, anche senza diplomi al posto di scuole che danno diplomi e certificati fasulli a ragazzi senza cultura e a ragazze senza cervello".

b) Patto di stabilità:

- Prodi l’ha definito "strumento rozzo". Ma l’Italia è il linea al resto d’Europa grazie al patto di stabilità.

- I "vincoli" servono a disciplinare un Paese, a maggior ragione un sottosistema autonomistico come il nostro.

5) La Sicilia è piattaforma e non ha spalle produttive su cui appoggiarsi (la Padania ha l’Europa). Le porte storiche (Messina e Palermo) sono bloccate, quindi:

Il nostro ambiente deve essere trasformato e vivificato (Sturzo 1923 "Mezzogiorno e Politica Italiana"): "Bisogna convenire che la falsa impostazione politica della questione meridionale è dovuta a noi; siamo abituati ormai a domandare al Governo ogni aiuto, ogni intervento diretto o indiretto, buono o cattivo, efficace o inutile, possibile o impossibile; e ciò senza che vi corrisponda da parte nostra una forma di attività, di preparazione risolutiva, di cooperazione efficace, di impostazione realistica. Onde è purtroppo doloroso dover constatare che da 30 anni si parla apertamente di questione meridionale (prima se ne parlava sottovoce), ma che non si è riusciti a rimuovere una sola delle cause fondamentali della nostra inferiorità. (…)

La "via crucis" dell’emigrazione è stata un fenomeno tragico, ma allo stesso tempo esaltante, perché ha mostrato che il nostro lavoratore meridionale ha volontà, energia, facilità di apprendimento, forza di resistenza. Perché non può in patria dimostrare quanto dimostra all’estero? È notevole questo fenomeno: trasportante il meridionale fuori del suo ambiente, mettetelo nel contrasto della vita, perché ne superi le difficoltà, toglietelo dalle impressioni scoraggianti di impotenza, e ne farete un altro uomo. È l’ambiente nostro, che deve essere trasformato e vivificato".

6) È indispensabile promuovere uno sviluppo interno autopropulsivo, invece la politica economica dei primi 40 anni del dopo guerra furono di segno opposto:

- Esasperata iniziativa pubblica;

- È stato favorito l’insediamento del grande capitale privato con colossali contributi pubblici (cattedrali nel deserto);

- nessun aiuto o quasi all’iniziativa privata locale (Pasquale Saraceno: "L’Industria del Nord e la spesa pubblica nel Mezzogiorno" - 1952): "In un paese sovrappopolato, nel quale la popolazione non occupata prende coscienza del suo stato di minorità rispetto alla popolazione restante, l’iniziativa privata non può avere che una funzione complementare rispetto all’iniziativa pubblica").

7) Conclusione: "Non esiste buona economia senza una buona società".

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