Martedì, 21 Maggio 2024


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Politiche del lavoro e Dottrina Sociale della Chiesa

Politiche del lavoro e Dottrina Sociale della Chiesa

(Convegno organizzato da: Accademia Nazionale della Politica)

Fra gli intervenuti: Diego Torre (Saggista); Francesco Inguanti (Esperto Politiche del Lavoro); Alessandro Garilli (Ordinario Diritto del Lavoro Università di Palermo).

Relazione dell’On.le Alessandro Pagano – Deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana

Siamo qui riuniti per capire la chiave sociale per eccellenza. Il lavoro alla luce della interpretazione della dottrina sociale, naturale e cristiana che, come ha detto Diego Torre, non è una visione, ma un fatto assolutamente naturale. "Naturale" significa che è secondo natura, cioè che non è stata costruita tavolino, che non viene fuori da una logica personale più o meno amplificata dagli eventi o dai momenti storici, ma è frutto di una consequenzialità. "Naturale" significa capacità di utilizzare le istruzione per l’uso.

Se non utilizziamo bene le istruzioni per l’uso arrivano i problemi. Per esempio: se noi utilizziamo male il frullatore, non mettendo il coperchio quando lo azioniamo, il minimo a cui possiamo andare incontro è il tetto sporcato dal contenuto. Le istruzioni ci dicono come evitare i problemi.

Le istruzioni per l'uso sono quindi assolutamente indispensabili e dobbiamo usarle nuovamente, dopo che le "lenti ideologiche" per decenni ci hanno costretto a vedere il mondo in maniera diversa.

Oggi è diventato indispensabile marcare l'ovvietà, in quanto viviamo in epoca di "pensiero debole" e di relativismo etico. Un’epoca dove esistono molte "verità", dove la mia "verità" è uguale a quella di chi mi sta vicino semplicemente perché ognuno "opera secondo coscienza".

Ognuno ha ragione secondo questa visione. Purtroppo però non è così e dobbiamo riportare di nuovo in auge la visione oggettiva delle cose.

II libro della Genesi (3,19) dice: "col sudore di tua fronte mangerai il pane". Sembra ovvio che per guadagnare occorre che qualcuno produca, quindi la produzione e il lavoro comportano sacrificio. Ritenete che la società di oggi stia educando alla cultura del sacrificio, alla cultura della gavetta, alla cultura della meritocrazia, alla cultura del sapersi conquistare le cose? Oppure queste cose fanno parte del livello teorico, ma poi nei fatti non vengono né fatte né applicate da nessuno?

Questa mentalità, che oggi la nostra società esprime, è frutto di una casualità oppure c'è stata una testa pensante, delle ideologie, delle culture, che hanno fatto pensare a ciascuno di noi che fosse questo il percorso da compiere?

Nei giorni scorsi un mio amico d'infanzia, uno che si è fatto da solo (un miliardario, inteso nel senso non dell'accumulo che non è importante, ma nel senso che ha saputo dimostrare che si può diventare miliardari anche partendo da zero) stava cercando figure professionali in tutta la Sicilia ed era in difficoltà perché il 90% di coloro che erano andati da lui gli avevano chiesto subito informazioni sullo stipendio, dimostrando una mancanza di professionalità, cosa che invece ogni imprenditore esige. La difficoltà che oggi stiamo vivendo è esattamente anche questa.

In Sicilia esistono decine e decine di figure che operano nell'ambito della pubblica amministrazione e moltissime di queste vivono questa realtà in termini di lavoro precario: catalogatori, articolisti, forestali, etc. Bisogna avere responsabilità in questo senso, perché l'ultima legislatura, della quale io faccio parte, si è resa protagonista, in negativo, dell'aumento dei posti precari. Se portiamo avanti logiche di questo tipo non dobbiamo sorprenderci se i poi nostri ragazzi perdono la cultura del lavoro.

Il legislatore ha il dovere di reimpostare una società che in questo momento non va bene. E' ovvio che questa società non va bene altrimenti come spiegarci il fatto che noi siciliani siamo andati fuori, con le nostre emigrazioni, e siamo riusciti ad ottenere grandi risultati? E' evidente che, da noi, non sono state realizzate le condizioni necessarie per far decollare ciò che si osserva in altri Paesi.

E' chiaro che quando si uccide l'intelligenza, perché questo è stato fatto con le manovre sociali degli ultimi trent'anni, di fatto non ci si può aspettare altro che un corpo atrofizzato. Così come un muscolo, se non viene utilizzato non funziona più, lo stesso vale anche per il cervello e per la coscienza.

Tutto verte su due principi fondamentali: "l'organizzazione esterna" e soprattutto la "trasformazione interna" (se vogliamo una specie di "rivoluzione interiore", una sorta di cambiamento dell'ethos). Le due cose sono assolutamente connaturate: le leggi orientano le coscienze quindi è chiaro che nel momento stesso in cui ci sono leggi sbagliate, esse orientano il cittadino in modo sbagliato come invece una buona legge lo orienta bene.

Questo è un mondo che è stato forgiato in maniera negativa attraverso un orientamento legislativo, culturale, sociale che ha prodotto i risultati che stiamo avendo. Non basta soltanto individuare le dottrine e le organizzazioni che a livello esterno possano essere utili per il cambiamento sociale, ma è indispensabile anche operare in termini culturali.

E' stato bravissimo, da questo punto di vista, Bartolo Sammartino ad organizzare questo Corso di Studi, questo ciclo di formazione partendo, guarda caso, proprio dalla politica e dal lavoro.

Solo riformando la nostra mentalità e la nostra cultura e diventando, ciascuno di noi, operativo nel proprio campo di lavoro, si potrà cambiare il mondo. Questi cambiamenti avvengono nell'arco di generazioni; oggi, grazie alla "rete", i tempi sono più ristretti. Anziché aspettare generazioni aspetteremo anni, però solo il cambiamento in ciascuno di noi potrà produrre quel cambiamento tanto indispensabile alla nostra società.

Ritornando alle "ovvietà". Dopo questa lunga premessa cos’è il lavoro?

Per rispondere utilizzerò la Laborem Excercens, un documento magistrale dell’attuale Pontefice che sta lasciando una grande impronta, non soltanto in questo scorcio di secolo, ma anche per i secoli a venire.

Dice Giovanni Paolo II che il lavoro è un bene dell’uomo, perché mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma realizza se stesso come uomo. Anzi diventa "più uomo".

Qui c'è la risposta sociale agli articolisti e agli Lsu, ma soprattutto a chi li ha voluti tali. Il lavoro rende più uomini. Quando non si lavora o si ha un finto lavoro viene a crollare un fondamento del viver civile. La laboriosità è una virtù, ma la nostra società è una società che ha educato alla laboriosità, al sacrificio? Non c’è bisogno di rispondere.

La nostra società non educa al sacrificio e alla laboriosità e quindi la dignità che deriva dal lavoro è venuta a mancare. Sempre Giovanni Paolo II dice di non perdere mai di vista la propria dignità e proprio per questo si deve diventare propositivi. La dignità non deriva dal fatto di essere medico o avvocato, ma dall'essere in piena coerenza con i principi che caratterizzano il lavoro stesso.

Se il lavoro ha una funzione personale, sociale, religiosa e umana è chiaro che sempre e dovunque ognuno deve portare avanti il massimo di se stesso nel lavoro; non per niente Josè Maria Escrivà diceva che la santificazione passa attraverso il lavoro.

E il datore di lavoro, come deve essere in una ipotetica struttura ideale? Giovanni Paolo II dice che ci sono "due tipi di datori di lavoro": quello "diretto" e soprattutto quello "indiretto", che è quello di cui abbiamo parlato nella premessa a proposito dell'organizzazione e della trasfigurazione interiore.

Il legislatore, i contratti collettivi, le leggi costituiscono il "datore di lavoro indiretto". È colui che stabilendo le macro-regole di fatto, realizza il sistema sociale. Ebbene, sempre Giovanni Paolo II dice che nel concetto di lavoro indiretto, la responsabilità in quanto tale è fondamentale. Essa condiziona il comportamento di tutta la società.

Quindi si comprenderà che nel momento in cui non vengono svolte bene tutte queste funzioni, è chiaro che si è orientata la politica del lavoro in maniera sbagliata. In Italia siamo passati da una fase in cui c'è stata l'egemonia padronale degli anni sessanta, (cosa assolutamente negativa, eredità di una rivoluzione precapitalista) a una realtà dove sta trionfando l'egemonia sindacale. Non ci sono dubbi che le cose non andavano bene prima e non vanno bene adesso.

Oggi non è più possibile licenziare nemmeno un dipendente che è stato colto in flagranza di reato perché la magistratura del lavoro ne ha fatto uno strumento politico. Di fatto non vi è possibilità di stabilire quell'elemento meritocratico cui accennavo in precedenza. Oggi, il "datore di lavoro diretto" è costretto a ridimensionare il personale non perché le cose gli vadano male, ma perché sa che nel momento in cui dovesse esserci una crisi di mercato non potrebbe licenziare nessuno.

Diceva Diego Torre che fondamentale in tutto questo è stata l'organizzazione della società in quanto tale. Spiegava che prima nasce l'uomo, poi l'uomo si forma in famiglia e poi la famiglia si organizza in nazione.

Come dobbiamo immaginare il lavoro all'interno di questa logica che è una logica ancora una volta assolutamente "naturale"?

Bisogna assolutamente rispettare il ruolo della famiglia stessa. La nostra legislazione invece calpesta regolarmente il lavoro in quanto tale e a maggior ragione non rispetta il lavoro familiare. Il salario familiare è la vera pietra miliare su cui deve essere costruito un giusto sistema sociale.

Ancora una volta dice Giovanni Paolo II che occorre un salario unico dato al capofamiglia per il suo lavoro e sufficiente ai bisogni della famiglia. Il Papa ci invita ad avere la famiglia, quale parametro di riferimento. Non si può pensare ad un sistema sociale serio senza il rispetto della famiglia stessa.

Se la famiglia crolla, con essa cade anche il caposaldo su cui si fonda il lavoro in quanto strumento per la dignità dell'uomo stesso. Il lavoro deve trovare un momento di realizzazione che dia alla famiglia massimo rispetto e le permetta di realizzare i propri ideali. Nella nostra società non si riesce ad applicare questo principio.

Il salario familiare è assente, mi riferisco a tutte quelle aggiunte che sono indispensabili (gli assegni familiari, gli sgravi e altri benefici). I nostri assegni familiari sono assolutamente ridicoli, con un reddito di ventiquattro milioni di lire netti l'anno si percepiscono circa centomila lire per due figli ogni mese, non penso che una famiglia che abbia uno stipendio di due milioni al mese possa riuscire a mantenere un figlio.

Ecco perché la dottrina naturale e cristiana imposta il tutto in termini di salario familiare. Invece la CUAF, la Cassa Unitaria degli Assegni Familiari, raccoglie circa ventimila miliardi di lire ogni anno, ma ne distribuisce alle famiglie solo cinque o sei mila. Che fine fanno gli altri quindicimila? Qualcuno prima o poi dovrà spiegarlo! Soprattutto coloro che dicono di essere per lo "stato sociale" e per le fasce "più deboli".

Chi è più debole della famiglia? Non ci dobbiamo sorprendere se il crollo familiare è enorme, se le nascite non ci sono più. La Svezia che ha una logica certamente diversa dalla nostra ha invertito il trend delle nascite applicando questo principio. Bisogna dire che si deve riscoprire un modo di rivedere le cose partendo da quei presupposti semplici ed essenziali, ma che servono per far funzionare la società.

Chiudo con un'ulteriore citazione di Giovanni Paolo II:

"gettando lo sguardo sull'intera famiglia umana sparsa su tutta la terra non si può non rimanere colpiti da un fatto sconcertante di proporzioni immense: da un lato cospicue risorse della natura rimangono inutilizzate, dall'altro lato esistono decine di milioni di disoccupati o di sotto occupati sterminati in moltitudini di affamati. Un fatto che sta a testimoniare che, senza dubbio, sia all'interno delle singole comunità politiche, sia nei rapporti tra esse sul piano continentale e mondiale, per ciò che riguarda l'organizzazione del lavoro e dell'occupazione, vi è qualcosa che non funziona e proprio nei punti più critici e di maggiore rilevanza sociale".

Su questa frase dobbiamo interrogarci per capire come ricostruire una politica sociale del lavoro che sia assolutamente naturale, che sia basata sul concetto di famiglia e che abbia come prospettiva il bene comune.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

- J.M. Ibàňez Langlois – La Dottrina sociale della Chiesa – Ed. Ares, Milano 1989;

- E. Weltyop – Catechismo Sociale – Ed. Paoline, 1996

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